I paradossi legati all’idea di un inferno vuoto

Condannati al paradiso e costretti alla felicità

Ci sono ordini impossibili da eseguire, come ad esempio: “devi essere spontaneo”. Se ubbidirò non sarò spontaneo e dunque non eseguirò l’ordine.

Pensate poi a chi dovesse sottostare al seguente comando: “Ti obbligo a divertirti”. Cercate di mettervi nei panni del poveretto che dovesse cercare di mettere in pratica quanto richiesto: difficile immaginare una tortura peggiore. Risultato? Il contrario del divertimento.

Asserire che l’inferno è vuoto implica una conseguenza logica che salta subito agli occhi: nessuno può andare all’inferno, neanche se vuole. Di conseguenza anche il più grande nemico di Dio sarebbe “condannato” ad andare in Paradiso, che lo voglia o no. Anche chi dovesse rifiutare il Suo perdono, fosse anche in punto di morte, sarebbe costretto ad accettare quel perdono. Dunque chi si rifiutasse di essere felice per l’eternità sarebbe costretto ad esserlo ma, come abbiamo visto poco sopra, un tale obbligo sortirebbe esattamente l’effetto contrario. Seguendo il filo logico che deriva dal presupposto di un inferno vuoto dovremmo dunque arrivare a parlare di sofferenza, tristezza e disperazione in Paradiso in quanto, come abbiamo visto, chi è costretto alla gioia arriva alla disperazione.

Sostenendo che l’inferno è vuoto arriviamo quindi ad un altro terrificante paradosso: in Paradiso si soffre, ed essendo il Paradiso eterno, stiamo dunque parlando di un luogo dove si soffre in eterno, ma questa è la definizione dell’inferno. Tirando le somme: se l’inferno è vuoto, coloro che si oppongono a Dio e Lo odiano, quindi demoni compresi, saranno costretti ad andare a “godere” del Paradiso, pagando con la disperazione che ne deriverebbe la loro pena e venendo dunque puniti comunque, pur evitando l’inferno.

In ultima analisi ci troveremmo nella situazione per cui l’inferno propriamente detto è vuoto, il Paradiso è un luogo di eterna sofferenza e dunque è un inferno, ed anche per chi volesse godere del Paradiso, vista la brutta compagnia e la presenza di sofferenza, si profilerebbe la prospettiva di un a tribolazione eterna. Grazie santo padre.

L’egualitarismo, applicato all’aldilà, come nuova torre di Babele

“Devi amarmi per forza! Devi stare con me per sempre, ed essere felice, che tu lo voglia o no!”. Quale mostro potrebbe pronunciare una simile frase? Non certo il nostro Dio. Egli ci ama più di chiunque altro. Nessuno come Lui conosce la nostra dignità e la rispetta. Egli desidera il nostro amore, perché ci ha creato per amore, ma sa benissimo che l’amore, se imposto non può essere vero amore, ed è questo il motivo per cui ci ha creati liberi, liberi di amarlo, ed è per questo che rispetta così incredibilmente la nostra libertà, al punto di rischiare di perderci per sempre.

La mostruosa frase di apertura sarebbe dunque il paradosso finale che scaturirebbe dall’affermazione che l’inferno è vuoto, e sarebbe il frutto maturo della pretesa di uguaglianza secondo cui: “Non è giusto che qualcuno vada all’inferno a soffrire”. Ora, la soluzione dovrebbe essere quella di trovare il modo di far star bene tutti ma, come abbiamo visto nell’articolo precedente, il tentativo di destinare tutti indistintamente alla stessa gioia si tradurrebbe di fatto in un inferno per tutti. La cosa però non dovrebbe affatto sorprenderci, in quanto ogni tentativo di togliere la sofferenza rendendo tutti uguali, si è sempre risolto allo stesso modo: siccome dobbiamo essere tutti uguali, e la sofferenza è difficile da estirpare, mentre è abbastanza facile far soffrire chi ora sta bene, allora, per amor di uguaglianza, facciamo soffrire tutti allo stesso modo, cosicché non ci siano differenze e dunque ingiustizie.

Non è giusto che ci siano i ricchi e i poveri: dobbiamo essere tutti uguali! La logica vorrebbe che la risposta a questa istanza fosse una società dove tutti siano più ricchi, ma siccome arricchire i poveri è più difficile che impoverire i ricchi allora puntualmente si verificherà la seconda ipotesi e dunque non arriveremo ad essere uguali nella ricchezza ma nella povertà.

Se il problema fosse la disuguaglianza nella bellezza, l’egualitarismo ci porterebbe immancabilmente non ad una umanità di angeli ma di mostri, in quanto è difficile abbellire i brutti ma è facilissimo deturpare i belli. Se i “bassi” soffrissero perché non sono alti quanto gli “alti”, la soluzione egualitaria potrebbe essere solo una: abbassare gli alti (segando? schiacciando? fate voi) perché allungare i bassi è un bel problema.

Potremmo continuare all’infinito con questi esempi, che ci porterebbero sempre alla stessa conclusione: l’applicazione dell’egualitarismo sotto tutte le sue forme (comunismo, genderismo e tutto il resto della porcheria politicamente corretta), il quale si impone sempre con la scusa di venire in soccorso agli oppressi, non fa altro che aumentare puntualmente il numero degli oppressi, senza contare la scia di morte e disperazione che ha lasciato dovunque nella storia al suo passaggio.

Detto questo, dovrebbe ora risultare chiaro che la frase relativa all’inferno vuoto non è, vista la mole di oscenità che siamo costretti a sentire ormai quotidianamente uscire dai sacri palazzi, una piccola cosa o quantomeno una delle tante, ma è un assalto al Cielo; è l’espressione della volontà di infettare con il morbo egualitarista la visione dell’aldilà; è il tentativo di portare la rivoluzione comunista tra i Novissimi; è il gradino più alto della nuova torre di Babele; è la precisa indicazione della direzione verso cui è diretto l’assalto.

A quanto pare i lavori sono già a buon punto e procedono speditamente. Rallegriamoci ed esultiamo: sull’esempio di quella precedente, che più si innalzava e più era vicina alla propria distruzione, la nuova torre di Babele crollerà.

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