Riflessioni teologico-letterarie sulla Genesi (a confutazione delle teorie antiumane ecologiste)
Terzo giorno
[Qua il primo e il secondo articolo della serie: Primo giorno, Secondo giorno]
“Innanzi tutto bada a non seminare o piantare alcunché che sia sterile, ma solo piante fruttifere e coltivate che diano ogni anno abbondante resa all’uomo che ne è padrone: la natura, infatti, ha proclamato l’uomo signore delle piante e degli altri viventi, ossia di tutto il genere degli esseri mortali (Gen 1, 26-29)”.
Con questa frase Filone Alessandrino ribadisce l’insegnamento di sempre relativo alla signoria dell’uomo sulle piante e sugli altri esseri viventi, così chiaramente espresso nella Genesi, che non è credibile soltanto per fede ma anche secondo ragione. Nel racconto della creazione, infatti, le erbe ed i frutti vengono messi a disposizione sia dell’uomo che degli animali come nutrimento, sarebbe quindi assurdo sostenere che l’uomo è stato creato per le piante, mentre è invece evidente il contrario. Lo stesso Filone afferma: “i frutti sono appunto la ragion d’essere delle piante”.
Anche l’affermazione tanto di moda secondo cui l’uomo sarebbe il peggior flagello per la natura può essere facilmente smentita, anche senza dover ricorrere ad alcun testo: chiunque infatti abbia avuto modo anche solo semplicemente di coltivare un giardino direttamente, o vedendo qualcun’altro all’opera, sa benissimo che le piante hanno solo da guadagnare dal rapporto con l’uomo (mettete a confronto un giardino coltivato ed uno incolto o se siete sostenitori della natura selvaggia andate a vedere un bosco curato da un boscaiolo ed un bosco lasciato a se stesso), a condizione però che egli svolga questa sua mansione/missione con l’indirizzo giusto:
Filone d’Alessandria nel suo bellissimo libro “La migrazione verso l’Eterno” all’interno del primo capitolo, che si intitola “L’agricoltura”, ci parla della differenza tra “l’agricoltore” e “il lavoratore della terra”. Dopo aver specificato che nella genesi Mosè (tutta la tradizione indica Mosè come l’autore della Genesi e non solo) parla di Noè definendolo un agricoltore e di Caino chiamandolo lavoratore della terra, ci dice che questi che sembrano sinonimi in realtà non solo non si equivalgono ma si riferiscono a due figure antitetiche e contrapposte. La prima differenza sta nell’etimologia della parola agricoltura: “chiunque infatti può lavorare la terra anche senza una precisa conoscenza ma l’agricoltore vi si impegna con cognizione di causa e non da incompetente, come dimostra anche dal nome che è derivato da agricoltura”. Coltura deriva infatti dalla parola latina cultura.
La seconda è lo scopo per cui le due figure lavorano: il lavoratore della terra ha come unico scopo la ricompensa “ed infatti per lo più, il bracciante è salariato”, l’agricoltore invece “è disposto ad investire le sue sostanze e a spendere del proprio perché il suo podere migliori e risulti del tutto irreprensibile agli occhi di chiunque. Egli non vuole raccogliere i frutti da qualche altra parte ma solamente nelle sue coltivazioni (evviva il distributismo!). Un tale uomo vorrà trasformare le piante selvatiche in piante da frutto e far sviluppare queste ultime con cure adeguate: saprà regolare con la potatura gli alberi troppo cresciuti… oppure allungare, sviluppandone i germogli, quelli troppo corti o troppo esili,… mentre quelli poco fruttiferi li renderà più produttivi innestandoli… Ancora, l’agricoltore getta via dopo averle estirpate, innumerevoli erbacce… perché queste, se crescessero vicino alle piante coltivate, arrecherebbero loro un grave danno”.
Come possiamo vedere sia dall’esperienza che dai contributi letterari, emerge la figura di un uomo che sapendo cogliere nella sua vera essenza la sua signoria è portato per questa stessa signoria a mettersi a servizio dei suoi sudditi. Questo è del resto l’insegnamento che ha dato Gesù ai suoi discepoli: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non sia così, ma chi vuole essere grande fra di voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo fra di voi sarà il servo di tutti. Appunto come il Figlio dell’uomo che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Si potrebbe poi qui certamente aggiungere l’esempio dato dal nostro Salvatore ai suoi nel corso dell’ultima cena.
Ma senza dover scomodare il vangelo possiamo trovare una perfetta descrizione della vera signoria dell’uomo, nel primo libro delle “Cronache di Narnia”: al primo uomo che sta per essere proclamato re di Narnia, il Creatore di quel mondo che gli ha dato questo incarico, prima dell’incoronazione, pone una serie di domande; la prima è: “Sai usare la vanga e l’aratro? Sai ricavare nutrimento dalla terra?”, e l’ultima: “Se i nemici marceranno contro questa terra sarai sempre in prima fila durante gli attacchi e all’ultimo posto durante le ritirate?”. Ecco la sintesi della vera signoria: spirito di servizio, dedizione instancabile ed esempio eroico di impegno costante e dono di sé.
Alla luce di quanto abbiamo visto notiamo che non viene mai posto in discussione il ruolo dell’uomo all’interno della creazione, ma piuttosto lo spirito con il quale il singolo uomo accoglie questo ruolo che fa parte della sua essenza. L’uomo è ontologicamente signore della creazione e se svolge correttamente la sua funzione è il miglior alleato di qualsiasi essere vivente. Guai alla natura se egli per stoltezza abdicasse (come vorrebbe il delirante pensiero contemporaneo): diventerebbe per essa il peggiore dei flagelli, non soltanto perché un re che si mischiasse al suo popolo abbandonandolo all’anarchia e alla guerra civile, sarebbe ancor peggiore di un despota che esercita la sua funzione anche se in modo errato, ma soprattutto perché priverebbe l’intera creazione della sua realizzazione ultima e di una gloria maggiore di quella che le sarebbe propria, come possiamo leggere nella Vulgata, al capitolo 8, versetti 18-24 della lettera di San Paolo ai romani: “Io ritengo, infatti, che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere manifestata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; la creazione, infatti, è stata sottomessa alla caducità, non per suo volere, ma per volere di Colui che l’ha sottomessa con la speranza che essa pure sia liberata dalla schiavitù della corruzione per aver parte alla libertà gloriosa dei figli di Dio. E noi sappiamo che fino ad ora tutte le creature sospirano e sono nei dolori del parto. E non esse soltanto, ma anche noi che abbiamo le primizie dello Spirito, anche noi sospiriamo dentro di noi stessi aspettando l’adozione dei figli di Dio, la redenzione del nostro corpo, essendo noi salvati in speranza”.
Le traduzioni contemporanee della Bibbia dei Settanta (tipo “La Bibbia di Gerusalemme”) lasciando inalterato l’inizio del passo, apportano in seguito una sostanziale modifica: “essa infatti è sottomessa alla caducità, non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa, e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella gloria della libertà dei figli di Dio”. Come si può notare nella versione della vulgata si intende che è Dio ad aver sottomesso la creazione alla caducità ed è lui che spera così, avendo legato il destino della creazione al destino dell’uomo dopo la sua caduta, di condurla alla liberazione dalla corruzione per renderla partecipe di una gloria maggiore di quella che aveva in precedenza, ricavando così, com’è Sua abitudine, dal male un bene maggiore. Nell’altra versione il “Colui” diventa “colui”, lasciando intendere che è la volontà dell’uomo ad aver sottomesso alla corruzione tutte la creature, ed è la creazione stessa a sperare nella propria liberazione, e non Dio.
Pur ritenendo nettamente più corretta la prima versione, da entrambi i testi risulta chiara una cosa: il destino di tutte le creature è indissolubilmente legato al destino dell’uomo ed è lui a guidare la riscossa che lo porterà, assieme a coloro che gli sono soggetti, ad uno stato di gloria ancor maggiore di quello precedente alla caduta, e che era loro proprio. Se volete una prova guardate alla Croce. Mai nessuna pianta o parte di essa è stata tanto glorificata quanto il legno sul quale ha offerto la Sua vita il Figlio di Dio, per salvare l’uomo. Operando per amore dell’uomo Gesù ha dato gloria anche a tantissimi altri elementi della creazione, non per se stessi, ma indirettamente, appunto per amore dell’uomo e questa è stata solo la caparra ed il segno tangibile della loro gloria futura.
