Tolkien, san Benedetto e la separazione delle acque

Riflessioni teologico-letterarie sulla Genesi

Secondo giorno

[Qua il primo articolo della serie: Primo giorno]

Anche nel lavoro compiuto dal Creatore nel secondo giorno troviamo elementi difficili da digerire per la nostra mente di uomini moderni: l’affermazione “separò le acque dalle acque” può infatti risultare alquanto indigesta o quantomeno difficile da credere e potrebbe addirittura diventare un elemento utile a sostenere la scarsa credibilità delle Sacre Scritture. Come per l’obiezione relativa alla luce nel primo giorno, cercheremo di difendere la ragionevolezza delle parole contenute nella Bibbia anche in merito a questo punto, portando contributi di varia natura, scelti fra i molti possibili, che aiutino a riabituare la nostra vista al luminosissimo buio apparente della Parola di Dio.

In un antico racconto ebraico si narra che quando Dio separò le acque dalle acque, esse soffrirono per il distacco talmente tanto e sentirono la mancanza le une dalle altre a tal punto che le acque di sopra cominciarono a piangere e così sciogliendosi in lacrime, grossi goccioloni cominciarono a scendere verso le acque sottostanti, trovando così la via per una parziale ricongiunzione che allo stesso tempo leniva il dolore della separazione ed aumentava la nostalgia di quando erano insieme provocando altre lacrime e così nacque la pioggia. Quello che freddamente la scienza ha chiamato ciclo dell’acqua, ovvero il continuo scambio di acqua tra le acque di sopra e le acque di sotto, non è altro che la conferma della veridicità e del principio di ragione che sottostà alla rivelazione Biblica contenuta nella Genesi, espressa così poeticamente nel racconto sopracitato.

È possibile trovare tracce di tutto questo persino nel nostro linguaggio contemporaneo; quando qualcuno compie l’azione, che potremmo definire una delle più distanti dal contesto biblico, come uscire dall’atmosfera terrestre e recarsi nello spazio, non si parla forse di navigare nello spazio? E i mezzi di trasporto che si usano per farlo non si chiamano forse astronavi e i loro piloti astronauti ?

Anche nella mitologia greca troviamo agganci come quello delle gloriosa nave Argo che dopo aver servito gli Argonauti nelle più straordinarie imprese marinaresche, posta nel firmamento dalla dea Atena, solca ora i mari del cielo. Questa splendida costellazione è divisa al suo interno in altre quattro che forniscono un vero e proprio vocabolario marinaresco celeste: Carena, Poppa, Vela, Bussola, e la stella più luminosa della costellazione, la seconda per luminosità in tutto il cielo, prende il nome da un antico e famoso navigatore greco: Canapo.

La letteratura non è da meno e ci fornisce esempi come quelli di Earendil, personaggio chiave del mondo letterario di Tolkien, nominato in tutti i libri legati alla terra di mezzo, il cui nome in elfico significa “Amante del mare”, il quale dopo aver compiuto l’impresa fino ad allora impossibile di attraversare il mare che separa la terra di mezzo da Valinor, l’isola sulla quale risiedono gli esseri che corrispondono ai nostri Angeli o alle divinità greco-romane, portando in fronte un gioiello straordinario, uno dei “Silmaril”, che contiene al suo interno una luce “edenica”, viene inviato con la sua nave “Wingelot” che significa “Fiore della spuma”, a solcare i mari del cielo portando agli abitanti della terra di mezzo, che vedono la luce della gemma che orna il suo capo come una stella, la speranza perché a lui, alla sua nave e al suo gioiello è legata una benevola profezia (vedi particolarmente: “la caduta di Gondolin” e “il Silmarillion”).

Continuando a parlare di navi Celesti vorrei segnalare anche un contributo della filmografia al nostro tema, citando il dialogo fra Manuel e Harvey, nella versione cinematografica di “Capitani coraggiosi” di Kipling, nel corso del quale Manuel spiega la fine della vita terrestre di suo padre e l’andamento della sua nuova vita celeste: Manuel, pescatore figlio di pescatori, dà per certo che in Paradiso si peschi (altrimenti che Paradiso è?) e che il buon Dio abbia affidato una delle sue migliori barche a suo padre, vista la sua straordinaria bravura, e che suo padre riservi per lui un posto in questa barca, motivo per cui egli non ha nessuna paura di morire anzi aspetta con gioia il momento di riprendere a lavorare con un tipo in gamba come il babbo.

Tornando a Tolkien, nell’Aiunulindale (inserito nel “Silmarillion”) di Tolkien troviamo questo dialogo tra colui che rappresenta il nostro Dio e la creatura celeste preposta alle acque, chiamata Ulmo, quello che noi potremmo chiamare con un nome del tipo “l’Angelo delle acque”: “Guarda piuttosto la l’altezza e la gloria delle nubi, e le brume sempre mutanti; e ascolta la pioggia cadere sulla terra! E in queste nubi ti avvicini di più a Manwe (la creatura celeste preposta alle regioni dell’aere), il tuo amico,colui che tu ami”. Rispose allora Ulmo: “È vero, adesso l’acqua è divenuta più bella di quanto il mio cuore immaginasse, né il mio pensiero segreto aveva concepito il fiocco di neve, né in tutta la mia musica era contenuto lo scrosciare della pioggia. Cercherò Manwe, così egli e io possiamo produrre per sempre melodie a Tuo diletto”.

Nel brano appena letto si ribadisce molto poeticamente il concetto del continuo rapporto tra le acque di sopra e le acque di sotto.

Troviamo conferme anche nelle tradizioni popolari in quanto, non soltanto in ambito ebreo-cristiano ma praticamente in tutte le culture si fa riferimento ad un diluvio universale che sommerse tutta la terra. Ora, la quantità d’acqua presente sul pianeta è tale da permettere la presenza di terra asciutta ed il mare non può sommergerla se non in alcuni punti, con piccole variazioni di livello e per tempi molto limitati e non ovunque e contemporaneamente. Come si può quindi giustificare l’evento testimoniato da un così gran numero di fonti se non ammettendo la presenza di altre acque da aggiungere a quelle presenti sulla superficie terrestre?

Nella genesi si dice che Dio mise un limite alle acque per dare modo alla terra asciutta di emergere: alla luce di quanto detto possiamo presumere che il limite fosse quello dovuto proprio alla separazione delle acque, dalle acque, che lasciava sulla terra la quantità d’acqua necessaria a permettere alla terra di emergere, confinando nei cieli il sovrappiù (che andò a costituire le nuvole, con tutte le varie forme di precipitazioni ad esse connesse, ed il vapore acqueo presente in grande quantità nell’aria). Tutte le tradizioni popolari che parlano del diluvio universale ammettono quindi implicitamente la presenza di altre acque al di sopra di quelle sulla superficie della terra avallando il racconto della divisione delle acque.

L’altra questione da sbrogliare, che riguarda anche tutte le altre cose create, è la pretesa ecologista di affermare che tutto ciò che esiste non è stato creato per l’uomo, ma che anzi l’uomo sarebbe un elemento di disturbo per il creato e che a lui non spetterebbe nessuna forma di signoria su di esso. Proviamo ad analizzare la cosa in riferimento all’acqua. Senza soffermarci a descrivere tutti i modi in cui l’acqua serve l’uomo nell’ordine naturale, vorremmo soffermarci sulla sua funzione di ancella sul piano soprannaturale, piano nel quale essa può servire soltanto l’uomo fra tutte le creature terrestri.

Per non dilungarci troppo prendiamo qui in esame solo tre esempi nei quali le acque di sopra si fanno via di comunicazione tra Dio e l’uomo.

Nel primo, che troviamo nell’antico testamento al capitolo 6 versetti da 36 a 40 del libro dei Giudici, troviamo la “prova del vello” che vede protagonista Gedeone il quale comunica con Dio attraverso la rugiada. La rugiada, una delle forme di acqua aerea, è nominata spessissimo nella Bibbia e viene associata alla benedizione divina e alla fecondità dello Spirito Santo.

Nel secondo esempio più vicino a noi ed extra biblico prendiamo in esame l’origine della basilica di Santa Maria Maggiore anche detta Santa Maria della neve, a Roma. Questa volta è la Santa Vergine Maria che si serve di una nevicata per indicare, non soltanto il luogo sul quale voleva le fosse eretta una chiesa, richiesta fatta la notte del 4 agosto 352 apparendo in sogno a due persone diverse una delle quali era il Papa di allora, ma addirittura per tracciarne la pianta esatta. Anche la neve è una delle forme dell’acqua celeste.

Nel terzo esempio mettiamo tutti gli innumerevoli casi nei quali la Madonna in numerosissime apparizioni dà, come prova principale della veridicità dell’apparizione stessa lo sgorgare di una sorgente d’acqua dove prima non ve ne era traccia. Anche se si tratta di acqua che scaturisce dalla terra è fuori di dubbio che l’acqua di fonte venga dal cielo perché tutta l’acqua dolce è soltanto acqua piovana non ancora giunta al mare che è appunto l’acqua che sta sotto il cielo e che è caratterizzata dalla perdita della dolcezza e della potabilità.

In tutti questi casi come in innumerevoli altri l’acqua serve l’uomo in un modo altissimo facendosi mezzo di comunicazione con il Cielo e segno della presenza Divina ma questo prezioso elemento arriva a servire l’uomo in un modo ancor più sublime nel Sacramentale dell’acqua Santa e soprattutto nel Sacramento del Battesimo nel quale essa diviene veramente Acqua del Cielo, Acqua in grado di pulire non solo le sozzure materiali ma anche quelle spirituali e di dare addirittura una nuova vita.

Dio quindi non ha creato l’uomo per l’acqua ma l’acqua per amore dell’uomo, in quanto elemento essenziale per lui sia sul piano naturale che su quello soprannaturale.

Anche il grande Santo di Norcia ci viene in aiuto nel sostenere la signoria dell’Uomo (se ristabilito nella Grazia di Dio) sull’acqua. Si legge infatti nella vita di San Benedetto, che un giorno alcuni dei suoi monaci, che abitavano tre diversi monasteri, costruiti sulle balze di uno stesso monte, e costretti a lunghe peregrinazioni verso un lago sottostante per procurarsi acqua, gli rivolsero queste parole: “Questo scendere ogni dì fino al lago per acqua va oltre le nostre forze; sposta più in basso i nostri monasteri”. Il Santo salì allora sulla rupe e si mise a pregare lungamente. Al termine della preghiera si limito a porre in un determinato luogo tre pietre una sull’altra. Ai monaci che si presentarono il giorno seguente per replicare le loro lagnanze, il Santo disse: “Andate su, e là dove troverete tre sassi l’uno sull’altro sovrapposti, datevi un po’ a cavare nella rupe, perché ben può l’onnipotente Iddio dalla vetta del monte farla sgorgare, e togliervi la fatica di sì lungo viaggio”.

Si legge anche che in virtù della preghiera di San Benedetto e dell’obbedienza di Mauro, suo monaco che aveva eseguito l’ordine umanamente impossibile impartitogli dal Santo di correre sull’acqua, fu salvato il fanciullo monaco Placido, dalle acque del lago nel quale stava annegando.

Nella vita di San Benedetto, lasciataci da San Gregorio Magno, è riportato anche questo gustoso aneddoto che vede coinvolti il Santo e la sua gemella:

“La sua sorella, a nome Scolastica, fin dal tempo della sua infanzia dedicata al signore, soleva una volta all’anno venire a lui; la quale l’uomo di Dio scendeva ad incontrare in una possessione del monastero non lungi dalla porta del medesimo. Un dì vi si condusse Scolastica secondo sua usanza, e a lei discese coi discepoli il venerabile fratello; e passato tutto il dì nelle lodi di Dio e in sacri colloqui, e già incominciando ad annottare, insieme presero il cibo. Stando ancora a mensa, e in quel pio conversare scorrendo il tempo ad ora più tarda, la santa donna si mise a richiederlo, dicendo: “Io ti prego che non mi abbandoni in questa notte, e che fino alle dimane ce ne stiamo a ragionare dei gaudi della celeste vita”. Alla quale egli rispose: “Che mai dici o sorella? Non posso al tutto rimanere fuori del monastero”.

Era così terso il cielo da non vedersi per l’aere neppure una nube. La santa donna, udito il niego del fratello, posò sulla mensa le palme conserte, e sopra queste piegò la fronte per pregare l’onnipotente Signore. E in quello che levò il capo dalla mensa, fu tale uno scoppio di lampi e tuoni, e tale si scatenò un torrente di pioggia, che né il venerabile Benedetto né i fratelli che erano con lui potettero muovere il piede fuori la soglia della casa in cui sedevano. La santa donna chinando la fronte sulle palme, aveva sparsa la mensa di un fiume di lagrime, per cui rimutò il sereno del cielo in pioggia. Né dopo la preghiera tardò un istante il rompere di quella inondazione; ma tanto ad un tempo fu il pregare ed il piovere a dirotto , che levando essa il capo dalla mensa, tuonò: imperocché fu tutt’uno levare il capo e cadere la pioggia.

Allora l’uomo di Dio vedendo che in quella tempesta di lampi e di tuoni e in quel rovescio di pioggia che tutto inondava, non poteva rifarsi al suo monastero, contrastato uscì in questo lamento: “Che l’onnipotente Iddio te lo perdoni, sorella; che è mai questo che hai fatto?. Cui quella di rimando: “Ecco: ho pregato te, e non mi hai voluto dare ascolto; ho pregato il mio Signore, e mi ha esaudita. Ora dunque, se il puoi, esci, e, me abbandonata, ritorna al tuo monastero. “Egli poi non potendo uscire di casa rimase per forza là, dove non volle rimanere per suo piacere. Così avvenne che passassero tutta quella notte in veglia e, discorrendo insieme della spirituale vita, per ricambiati colloqui ne avessero le anime inebriate””. Sapeva infatti per prescienza Divina, la Santa, che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro.

Permettetemi qui un ultimo appunto, anche in virtù della prossimità del tempo liturgico in oggetto, perché anche la musica ha il suo apporto da dare all’argomento: partendo dal versetto 8 al capitolo 45 del libro del profeta Isaia, la tradizione liturgica della Chiesa Cattolica ha sviluppato il magnifico canto Gregoriano “Rorate caeli desuper” che funge da introito alla Messa della quarta Domenica di Avvento. In questo straordinario canto si chiede testualmente: “Stillate rugiada, o cieli, dall’alto e le nubi piovano Il Giusto”. Si arriva allora a capire a che altezza siano situate queste Acque Celesti e di che natura siano le nubi alle quali viene chiesto nell’imminenza della nascita del Dio con noi, di far piovere Il Giusto.

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