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Non sarò breve, né le cose che vado scrivendo possono essere assunte senza fatica.

Questo strumento è una macchina da scrivere, cioè qualcosa che serve per la scrittura. Ciò è comune a tutti gli strumenti editoriali esistenti (libri, giornali e siti web sono macchine per la scrittura). Ma qua la scrittura è centrale in quanto scrittura, così come la metafisica studia l’essere in quanto essere. La scrittura, per essere tale, deve avere un mandato: non ci si può mandare da soli.

La scrittura, in quanto scrittura, deve avere elementi necessari, senza i quali è solo informazione, comunicazione, dettatura, intrattenimento. La scrittura è anche tutto questo, ma non si riduce a questo. Che la scrittura debba coincidere con lo scrivere la verità o con l’intenzione di scrivere la verità è sostanziale, fattuale: è la fonte da cui si diramano le sorgenti. Ma che significa scrivere la verità, o secondo verità?

Un primo elemento necessario alla scrittura, che sia tale, è di essere una testata: sia nel senso di venire o di essere a capo (testa) di qualcosa, sia nel senso di essere testarda, sia nel senso di urtare (dare testate). «Se non riesci a irritare nessuno, c’è ben poco senso nello scrivere» dice Kingsley William Amis. Questa irritazione è generata dalla natura scandalosa della verità. La testardaggine, poi, la spiega bene Sinclair Lewis: «È impossibile scoraggiare i veri scrittori – non gliene importa nulla di quello che dici; loro devono scrivere».

Quanto alla testa, è Dio stesso a introdurla a fondamento della scrittura. «Nel principio Dio creò il cielo e la terra» – «Bereshit barà Elohim et ha shamaim ve et ha aretz»: in ebraico le consonanti rs sono riferite alla testa (che appunto è rosh), non al principio temporale.

Secondo: la scrittura non si riduce alla letteratura. Al contrario, la letteratura può essere di ostacolo alla scrittura – e dunque alla verità – se si sostituiscono gli elementi secondari a quelli primari. Tra l’altro, la letteratura è anche l’arte delle «belle lettere», laddove la lettera non sopporta confinamento e restrizione. Se tutto però gira attorno al bello, che può venire confuso a torto con la «salvezza del mondo» (Dostoevskij), il secondario diviene primario. «Che Dio ci scampi dalla letteratura! – esagera Cristina Campo – Il diavolo è certamente un ottimo scrittore». Ma se il diavolo scrive, che ne sarà del vero?

Il terzo elemento necessario è che si dà scrittura solo dopo averla ricevuta da qualcuno. La vera scrittura – nel senso di verità – è un vaso che gronda di citazioni e di furti. Quando l’autore è omogeneo alla verità, lo si cita; quando è ostile, se ne rubano alcuni contenuti. Il furto non consiste nell’assumere la paternità di una qualche citazione, ma nell’isolare con cura quella citazione dal resto dell’opera di un qualche autore, che si reputa menzognero.

Il quarto elemento è affine al mandato, alla vocazione. La vocazione alla verità non è una cosa da nulla, non è qualcosa che ammetta il presumere l’autosufficienza. Alla scrittura, anzi, ripugna la presunzione, che invece si trova in molti letterati, anche di genio.

In questo senso, anche in presenza di genio, lo «scrittore» si distingue dallo «scrivente» (Carmelo Bene – «Scrittori si nasce, scriventi si resta»). Ma è più preciso distinguere tra scrittori e letterati, se lo scrittore è chi si occupa di scrittura e il letterato di letteratura. La scrittura, allora, non è nel genio (comune agli angeli e ai demòni), ma nell’umiltà di chi scrive sotto mandato esplicito.

Quinto: lo scrittore è uno scriba. E lo scriba può essere il ministro del vero oppure un ipocrita, com’è scritto nei Vangeli.