L’amico Fabio Trevisan ci ha girato il messaggio che gli ha inviato Michele Beltramello, regista, musicista e organizzatore della riduzione teatrale della “Favola di Natale” nell’Istituto Salesiano E. di Sardagna a Castello di Gòdego (TV).
Caro Fabio,
in questi giorni sto lavorando su alcune canzoni della “Favola di Natale” che non avevamo inserito in forma originale nella prima del nostro spettacolo, al fine di rendere ancora più bella e fedele all’originale la nostra prossima replica.
Per ora mi sono soffermato in particolare sul testo della canzone che descrive la favola che la nonna legge ad Albertino per farlo addormentare e ne sono scaturite alcune interessanti considerazioni. Mi permetto di condividerle con te, non perché ritenga le mie osservazioni particolarmente brillanti ma in quanto la bellezza che ho visto in questo piccolo gioiello mi spinge a fare tutto il possibile per rendere omaggio al genio di un autore che sa inserire perle così meravigliose anche in particolari che sembrano di scarsissima importanza. Riporto qui di seguito il testo in oggetto per come l’ho sentito nella registrazione originale in vinile:
Una romantica fiaba vi voglio narrare,
semplice semplice come le cose più belle che Dio ci donò.
Una minuscola storia dall’orco crudele,
dove la fata Speranza, dolce un miracolo fa:
C’era una volta, in un paese strano,
una vecchietta bianca,
ed era sola e il figlio era lontano.
Soffiava crudo il vento dicembrino
e nella stanza buia era freddo
e spento era il camino.
Ecco una stella filò nel cielo nero
ma la scoperse l’orco
malvagio abitatore del maniero.
Salì sul tetto e con la colubrina
colpì la stella e ne spezzò una punta.
Oh, povera stellina!
Ma nel camin la punta incandescente
cade e una fiamma accende
e la vecchietta freddo più non sente.
Nella frase introduttiva compaiono immediatamente due degli elementi fondamentali di ogni favola che si rispetti e cioè il cattivo e l’aiuto soprannaturale, incarnati rispettivamente dall’orco e dalla fata Speranza. Ora, quest’ultima è definita da almeno due caratteristiche particolari: è l’unico personaggio all’interno del breve racconto, dotato di un nome proprio, cosa che ci costringe a scrivere la parola speranza con la esse maiuscola, ed è anche l’unico personaggio a non comparire all’interno del raccontino stesso, in quanto è presente solo nella strofa di presentazione.
Analizzando le rime scelte dall’autore per comporre il suo testo poetico, notiamo una scala gerarchica fra le parole che ci aiuta a definire quali siano le parole chiave del racconto:
– Nella prima strofa è evidente che il fatto che il paese sia strano non è una caratteristica fondamentale del paese stesso ma è fondamentale che sia strano per poter affermare che il figlio era lontano. Possiamo dire quindi che il primo elemento importante nel quale ci imbattiamo è il figlio che era lontano.
– Nella seconda strofa è certamente plausibile che il vento sia “Dicembrino”, trattandosi di una favola di Natale, ma la cosa essenziale è che sia un aggettivo che finisce in “ino” perché l’elemento fondamentale è chiaramente il camino. Se la parola chiave avesse avuto una sillaba finale diversa, l’aggettivo che descrive il vento sarebbe stato certamente un altro. Come vedremo meglio in seguito, il camino è il nostro secondo elemento.
– Nella terza strofa la rima nero-maniero vede vincitore il “nero”, in quanto mentre il cielo in cui “filò la stella” nella dinamica del racconto non poteva che essere nero, l’abitazione dell’orco poteva tranquillamente essere denominata in modo diverso. Aggiungiamo alla lista dunque anche il cielo nero.
– Nella quarta strofa ritroviamo la stella, che questa volta cade all’interno della rima colubrina-stellina. In questo caso l’arma in questione avrebbe anche potuto essere un’altra. La cosa fondamentale era che il suo nome facesse rima con il soggetto che si voleva mettere in luce; certo che è molto più rispettabile un orco che colpisce con una colubrINA una stellINA che non uno che colpisce per esempio con una rivoltELLA una stELLA, anche se il soggetto sarebbe rimato lo stesso e cioè la stella. Anche in questo si evidenzia l’eleganza di Guareschi. L’ultimo nostro elemento è quindi la stella.
– L’ultima strofa si differenzia dalle altre in quanto nelle restanti strofe la rima cade tra l’ultima parola della prima riga e quella della terza, mentre in questa tutte le parole finali delle tre righe sono in rima, come ad indicare che l’intera strofa è importante ed in effetti si presenta come il distillato della “minuscola storia”. Alla luce di quest’ultima strofa possiamo comprendere che il camino spento nella stanza buia e fredda è il cuore della vecchietta-mamma che ha perso la speranza di rivedere il figlio lontano. Di conseguenza il futuro/cielo non può che essere nero. Ecco però una stella, simbolo di speranza e di desideri da esprimere, che fila nel cielo nero; ecco qui la nostra fata Speranza che sembrava essere scomparsa all’inerno del racconto ma che invece si presenta nella sua vera natura: non la fata Speranza ma la “Speranza” con la esse maiuscola cioè la virtù teologale della Speranza. L’antagonista della speranza non può che essere la disperazione ed è infatti l’orco/disperazione che va a colpire la stella/fata Speranza: ecco riformata la coppia presente nell’introduzione e che sembrava essere stata menomata all’interno del racconto. Unendo il tutto possiamo concludere dicendo che, il tentativo della disperazione/orco di abbattere la Speranza/stella non va a buon fine in quanto per Grazia Divina (essendo la Speranza una virtù teologale), un po’ di Speranza/punta-incandescente cade nel cuore/camino della mamma riaccendendo la Fiamma della Speranza «e la vecchietta freddo più non sente».
Siamo di fronte ad una favola nella Favola che pone uno dei personaggi all’interno dell’opera su un piano diverso da quello apparente e parla chiaramente della sua importanza per l’autore: se Albertino sembra essere il protagonista della Favola di Natale, la mamma viene cantata in ben due opere: nella «romantica fiaba» e nella Favola di Natale. Anche in questo Giovannino si dimostra ancora una volta italiano fin nel midollo: la mamma è sempre la mamma.
Fonte: Il Fogliaccio, n. 100, dicembre 2023
