Riflessioni teologico-letterarie sulla Genesi: tornate a Cristo
Quinto giorno
[Qua il primo, il secondo e il terzo articolo della serie: Primo giorno, Secondo giorno, Terzo Giorno , Quarto Giorno]
Se vi chiedessero a bruciapelo, in quale giorno del racconto della Genesi sono stati creati gli animali, potreste trovarvi nell’imbarazzo di decidere quale sia il giorno ma non tutti sarebbero in grado di correggere la domanda; infatti la domanda corretta è “in quali giorni”, essendo stata distinta la creazione dei pesci e degli uccelli, avvenuta il quinto giorno, da quella degli animali terrestri, avvenuta il sesto giorno.
Esiste veramente una distinzione in tal senso? Una traccia da seguire per averne una conferma, la troviamo nella Regola di San Benedetto, rispettivamente ai numeri XXXIX – 11: “Tutti infine si astengano assolutamente dalla carne di quadrupedi, a eccezione dei malati molto deboli”.
e
XXXVI – 9: “I malati più deboli avranno anche il permesso di mangiare carne (di quadrupedi) per potersi rimettere in forze; però, appena ristabilitisi, si astengano tutti dalla carne come al solito”.
Molti ordini monastici infatti osservano questa distinzione e mangiano carne di uccelli o pesci nei periodi ordinari e nei giorni consentiti, limitandosi al pesce nei giorni di digiuno che lo consentono, mentre vietano completamente, salvo rare eccezioni la carne dei quadrupedi. Del resto, anche fra i secolari, e persino ai giorni nostri, si conserva l’uso, nei pochissimi giorni di digiuno obbligatorio ed il venerdì, per chi si attiene ancora alla tradizione, di astenersi dalle carni, mentre è consentito anche in questi giorni il consumo del pesce.
Cercare di spiegare il perché di questa distinzione sarebbe una impresa che esula dai nostri fini, ma in ogni caso se un Santo come San Benedetto ha operato questo distinguo, un perché ci sarà. Tra l’altro, lui come tanti altri Santi, ha dimostrato di avere un rapporto privilegiato con gli animali e di conoscerli profondamente in Dio, avendo quindi da Lui la facoltà di scrutarne anche la differenza che ne ha decretato la creazione in giorni diversi.
Proprio in relazione agli animali creati nel corso del quinto giorno, sappiamo che l’animale che si ritrova più frequentemente nei racconti della vita del Santo di Norcia, tanto da entrare nella sua iconografia e diventare un suo attributo, è un uccello: il famoso corvo di San Benedetto. L’aneddoto più significativo nel quale è coinvolto, è quello inserito nella vita del Santo nel quale si narra che, un tale prete Fiorenzo, il quale era geloso di lui, voleva farlo morire, e mandò all’uomo di Dio un pane avvelenato. Il Santo accettò il dono, ma per divina rivelazione conobbe ciò che in esso si nascondeva. All’ora del pasto, arrivò, come di consueto un corvo per prendere cibo dalle sue mani.
Allora San Benedetto ordino all’animale: “In nome di Gesù Cristo Signor nostro togli questo pane e va ad affondarlo in qualche parte dove anima viva non possa trovarlo”. Allora il corvo con il becco aperto, si misi a gracchiare e a ruotare in tondo sbattendo le ali, come se volesse dire di voler obbedire ma di non poterlo fare. Solo dopo che il Santo lo ebbe rassicurato che se avesse obbedito non ne avrebbe avuto alcun danno, dicendo: “Prendilo senza paura, e gettalo dove nessuno lo possa trovare”, il corvo prese nel becco il pane e, eseguito l’ordine, torno dopo tre ore a prendere, come al solito, cibo dalle mani del santo.
In merito a questo episodio ed all’uccello che insieme all’uomo di Dio ne è protagonista, vogliamo riportare questo bel commento dell’Abate di Montecassino Luigi Tosti: “Gli uomini, come San Benedetto, sempre intenti nell’amore di Dio creatore, non potevano contenersi dall’amare ogni cosa che veniva da lui per creazione. In guisa che si tenevano stretti di amore fraterno ad ogni cosa creata per la comunanza del Padre che li aveva creati. E di rimando spesso gli animali irragionevoli, per divina ordinazione, si prestavano a far servizi ai santi uomini che, lontani dall’umano consorzio, nei deserti commettevano solo nelle mani di Dio la loro vita. Perciò inermi e soli mai non morirono per infestazione di bestie ferine; anzi troviamo nelle vite dei Padri del deserto il corvo recatore del pane a San Paolo primo eremita, e i due leoni accorsi dal fondo del deserto a scavargli la fossa, in cui Antonio compose il di lui corpo. E per questa diffusione di amore fino alle creature irragionevoli San Francesco chiamava frati gli uccelli, e frate anche il lupo.
L’amore dunque dei santi uomini di Dio verso le bestie irragionevoli è conseguenza di quello che essi portano a Dio, che le chiamò dal nulla e le mantiene in vita. Infatti in quella lirica esaltazione dell’animo di David al Signore nel salmo 148, il quale lo loda per la Sua onnipotenza creatrice, chiama a compagni del suo canto non solo gli uomini, ma anche le bestie, e ne da la ragione: Quia ipse dixit et facta sunt, ipse mandavit et creata sunt. Aggiungi da ultimo, che il peccato del primo uomo, come lo separò per ribellione da Dio, così separò da lui per ribellione le bestie irragionevoli, delle quali era signore. Gli uomini che per singolare penitenza e purità di vita tornano a Dio, spesso per istraordinaria permissione divina riacquistarono il loro imperio sulle bestie; e queste, mansuefatte dalla loro virtù, tornarono all’antica soggezione. Questo dico a chi crede ancora alla verità della Bibbia”.
Questa si che è ecologia integrale!
Vogliamo aggiungere qui di seguito alcuni dei più noti episodi nei quali questa dinamica si mette in atto; ne citeremo solo pochissimi, tra i tanti, in particolare quelli che vedono come protagonisti uccelli o pesci:
Essendo stato citato già due volte, cominciamo dal terzo racconto che vede protagonista il corvo, questa volta in compagnia del profeta Elia: “A lui fu rivolta questa parola del Signore: “Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. Ivi berrai al torrente e i corvi per mio comando ti porteranno il tuo cibo”. Egli eseguì l’ordine del Signore; andò a stabilirsi sul torrente Cherit, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane al mattino e carne alla sera; egli beveva al torrente” (1Re 17, 2-6).
Volendo poi passare ai pesci, troviamo l’episodio di Tobia nel quale: “Il giovane scese nel fiume per lavarsi i piedi, quand’ecco un grosso pesce balzò dall’acqua e tentò di divorare il piede del ragazzo, che si mise a gridare. Ma l’angelo gli disse: “Afferra il pesce e non lasciarlo fuggire”. Il ragazzo riuscì ad afferrare il pesce e a tirarlo a riva. Gli disse allora l’angelo: “Aprilo e togline il fiele, il cuore e il fegato; mettili in disparte e getta via invece gli intestini. Il fiele, il cuore e il fegato possono essere utili come medicamenti”… Allora il ragazzo rivolse all’angelo questa domanda: “Azaria, fratello, che rimedio può esservi nel fegato, nel cuore e nel fiele del pesce?”. Gli rispose: “Quanto al cuore e al fegato, ne puoi fare suffumigi in presenza di una persona, uomo o donna, invasata dal demonio o da uno spirito cattivo e cesserà in essa ogni vessazione e non ne resterà più traccia alcuna. Il fiele invece serve per spalmarlo sugli occhi di uno affetto da albugine; si soffia su quelle macchie e gli occhi guariscono” (Tobia 6, 2-9).
Sappiamo che in seguito proprio grazie alle parti del pesce, usate secondo le indicazioni dell’angelo, Tobia riuscirà a liberare la sua futura sposa da una tremenda vessazione diabolica e a guarire la cecità del proprio padre.
Un altro pesce sarà lo strumento usato da Dio per salvare il profeta Giona e indurlo ad eseguire i Suoi ordini, in quanto, dopo che il profeta fuggi imbarcandosi su una nave per sottrarsi ad un comando divino, i marinai che la conducevano, per salvarsi dalla tempesta che si era scatenata in conseguenza della sua disubbidienza: “Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e fecero voti. Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona resto nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore suo Dio… E il Signore comandò al pesce ed esso rigettò Giona sull’asciutto” (Giona 1, 15-16 e 2, 1-11).
Questo è, tra l’altro, quel “segno di Giona” che Gesù promise di dare a quelli che chiedevano un segno a dimostrazione della verità delle sue parole, che consisteva in questo: come Giona era rimasto tre giorni nel ventre del pesce, anch’egli sarebbe rimasto nel ventre della terra per tre giorni, per poi risorgere (Matteo 12, 38-42 e Luca 11, 29-32). Del resto Gesù dimostra di avere un rapporto particolare con i pesci e di apprezzarli molto anche come cibo: li moltiplica due volte per sfamare le folle che lo seguono (Matteo 14, 13-21 e Matteo 15, 32-39), se ne nutre egli stesso, anche dopo la risurrezione in almeno due casi (Luca 24, 36-43 e Giovanni 21, 9-15), se ne serve addirittura come salvadanaio quando dice a Pietro: “… va al mare, getta l’amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te” (Matteo 17, 24-27).
L’ultimo episodio che voglio ricordare è la predicazione ai pesci, di Sant’Antonio di Padova, il quale essendosi recato a Rimini e non avendo trovato nessuno disposto ad ascoltarlo, in quanto la città era infestata dagli eretici, si porto in riva al mare e postosi a predicare vide emergere dall’acqua le teste di innumerevoli pesci, che non se ne andarono finché egli, terminato il suo discorso, non diede loro la benedizione.
Ancora una volta e sempre più chiaramente troviamo la risposta ai famosi “problemi ambientali”, nella santità. Dovrebbe essere ormai chiaro che è inutile partecipare a convegni internazionali sul clima, come la COP28, moralizzare il popolo sulle questioni ecologiche o scrivere encicliche ed esortazioni completamente appiattite sullo stile ONU; c’è un solo modo per ripristinare il corretto rapporto uomo-natura: tornare a Cristo.
