La peste egualitaria e l’ipocrisia scientista: cinque opere letterarie in aiuto della ragione

Il metodo scientifico funziona secondo un preciso e rigidissimo schema, che consta delle seguenti fasi:

1) Osservazione del fenomeno.

2) Formulazione di una ipotesi che lo spieghi o fornisca una ipotetica soluzione al problema.

3) Esecuzione di un esperimento che possa verificare la bontà dell’ipotesi.

4) Se l’esperimento conferma l’ipotesi formulo una legge. Se l’esperimento fallisce rigetto e cancello l’ipotesi, torno al punto 2 e formulo una nuova ipotesi.

Nel corso della modernità più volte è stata formulata la stessa ipotesi, relativamente alla soluzione del fenomeno “infelicità dell’uomo”: la causa dell’infelicità dell’uomo sono le disuguaglianze, la soluzione l’eliminazione delle stesse.

Le occasioni per verificare la bontà di codesta “brillante” ipotesi sono state, purtroppo, molte, ed il risultato è stato sempre lo stesso: non felicità ma disperazione, miseria nera, degrado, degenerazione umana ad uno stato ferino con puntuale affermazione ai vertici degli individui peggiori e conseguente bagno di sangue.

Ora, visto e considerato che il metodo scientifico è stato elaborato dagli scientisti, positivisti, seguaci di Sesto Empirico, i cui emuli ancora oggi infestano tutti i luoghi di cultura del nostro disgraziatissimo tempo, e che tale metodo continua ad essere lo strumento attraverso il quale essi sentenziano sulla veridicità o meno di ogni cosa, coerenza vorrebbe che ripetuto più volte lo stesso esperimento teso a verificare la medesima ipotesi, e verificando che puntualmente l’esito dell’esperimento è non soltanto negativo ma conferma esattamente il contrario di quanto ipotizzato, l’ipotesi venisse rigettata. Il fatto che, non solo ciò non avvenga, ma che tale folle idea sia più viva che mai ai nostri giorno, la dice lunga relativamente all’altissimo coefficiente ideologico dello scientismo, che tutto è tranne che scientifico, e sempre più si palesa come una vera e propria “fede”.

A conferma di quanto detto proponiamo la riscoperta di cinque opere letterarie, meno note al grande pubblico rispetto ad altre, che descrivono i più importanti tra questi “esperimenti”.

Partendo dall’evento storico più antico troviamo:

Il re degli anabattisti, di Friedrich Reck-Malleczewen, che descrive quello che è probabilmente il primo grande esperimento di questo tipo compiuto in occidente, a Munster, in Germania, nel 1534: “L’umanità è cambiata nel giro di una notte, ora è morsa dal serpente del razionalismo e per secoli vaneggerà in quel delirio avvelenato chiamato “uguaglianza di tutti gli uomini””. Siamo davanti al “collettivismo di Munster” quasi 400 anni prima della rivoluzione d’ottobre. Fra queste pagine troviamo il racconto dell’orrore prodotto dal “mondo delle buone azioni, prive di fondamento ideale, quella gelida virtù…, che alla fine, paradossalmente, distrugge la stessa vita per amore della virtù”.

L’isola del paradiso, di Eugenio Corti, che si ispira alla tragica utopia degli ammutinati del Bounty, i quali a partire dal 1789 applicano i principi illuministici su un’isola deserta del Pacifico, in una realizzazione in miniatura della rivoluzione francese, che porterà ai medesimi terrificanti esiti. La corrispondenza cronologica e l’identità dei risultati sono sorprendenti, come se Dio avesse voluto dimostrare che gli esiti della rivoluzione francese non erano frutto del caso o delle circostanze, quasi che l’intenzione e i presupposti fossero buoni, ma la faccenda avesse preso la piega sbagliata o fosse sfuggita di mano, ma la logica conseguenza delle idee che la ispiravano: posti i medesimi presupposti, le conclusioni e le conseguenze sono le stesse in entrambi i casi.

Il conte di Chanteleine, di Jules Verne, un meraviglioso romanzo che si muove all’interno dell’epopea vandeana, restituendo in modo magistrale il clima del Terrore rivoluzionario.

La scheggia, di Vladimir Zazubrin. Particolarmente interessante, in quanto si tratta di una mostruosa apologia ed esaltazione della rivoluzione, scritta con accenti adoranti da uno dei suoi sostenitori, e che, involontariamente, si trasforma in una delle più terribili denunce degli orrori da essa perpetrati. Il testo è una sconcertante descrizione di Lei, la rivoluzione russa, nella quale ogni disuguaglianza deve essere azzerata, e non è facile immergersi nella lettura della lucida follia di chi proclama: “ Lei però non è un’idea. Lei è un vivo organismo. Lei è una grande donna incinta… è una donna gravida, una femmina russa dai fianchi larghi, con una camiciola di rossa tela lacera, rattoppata, sporca, pidocchiosa. Io la amo così com’è, vera, viva, non frutto della fantasia. La amo perché nelle Sue vene, immense come fiumi, scorre sanguigna lava fumante, perché le Sue viscere emettono sani gorgoglii, sonori come rombi di tuono, perché il Suo stomaco, come un altoforno, digerisce tutto, perché il battito del suo cuore e come il boato sotterraneo di un vulcano, perché lei pensa i grandi pensieri della madre sul figlio concepito e non ancora nato. Ed ecco, Lei scuote la sua camiciola, strappa via dalla camiciola e dal corpo pidocchi, vermi, e altri parassiti, quanti le hanno succhiato il sangue, e li getta giù, giù nei sotterranei (dove avvengono le esecuzioni sommarie, ndr). Ed ecco, noi dobbiamo, ed ecco io debbo, debbo, debbo, schiacciarli, schiacciarli, schiacciarli. Ed ecco il loro pus, il pus, il pus. Ed ecco di nuovo l’elegante camicia di Marx”.

Purtroppo questo non è il peggio: la descrizione degli eccidi e dei ragionamenti di coloro che li compiono e devastante e restituisce efficacemente l’essenza delle prime fasi della rivoluzione russa.

Processo e morte di Stalin, di Eugenio Corti. Un’opera teatrale che attraverso la descrizione delle ultime fasi della vita del grande dittatore, dimostra che egli non ha compiuto le mostruosità di cui si è macchiato in quanto mostro ma in quanto perfetto esecutore dei dettami del comunismo. Mostruoso non è tanto il soggetto, quanto l’idea, e, di conseguenza, chiunque voglia metterla in pratica si comporterà da mostro.

Magistrale.

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