Non si può sperare che gli ospedali siano vuoti, né che la morte biologica sia abolita. La speranza, infatti, desidera quello che non conosce: sperare il già noto è un controsenso.
Si possono conoscere, ad esempio, le cose materiali con lo studio e le verità spirituali per fede. Dove c’è una certezza non ha senso sperare: se sono certo, per fede, che vi sia un paradiso, non ho motivo di sperare nella sua esistenza. Ma se, al contrario, ho la certezza – sempre per fede – che solo i penitenti si salveranno, allora posso solo sperare di salvarmi, proprio perché non conosco quale saranno le mie scelte future.
La speranza è importante, ma dev’essere orientata alla realtà. Per questo la speranza non può essere applicata all’idea di un inferno disabitato. La realtà dell’inferno e della dannazione è ben conosciuta per fede. Infatti «la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11, 1). La speranza, dunque, riceve certezza dalla fede e – nel caso dell’inferno – è delusa proprio dalla fede.
È di fede che l’inferno sia reale nella sua esistenza, nella sua essenza e in chi vi dimora (dannati). Non ha dunque senso sperare nella menzogna. La speranza in un inferno vuoto è di chi ha perduto la fede o non l’ha mai avuta.
È molto pericoloso riporre la speranza verso obiettivi di comodo o verso utopie irrealistiche. Sperare che qualcuno si faccia male non è speranza. Sperare in una guerra sanguinosa non è speranza. Sperare nella morte di qualcuno è diabolico.
La speranza cristiana è affine alla verità: è, anzi, l’attesa fiduciosa della verità, come la fede. Chi spera non si può rifugiare nell’ambiguità o nel desiderio che il mondo vada secondo i propri capricci.
San Giovanni Bosco si lamentava di chi sottovaluta la realtà dell’inferno: «Una delle magagne della pedagogia moderna è quella di non volere che, nell’educazione, si parli delle massime eterne e soprattutto della morte e dell’inferno». Né il santo si poneva l’ipotesi di un inferno vuoto: «Ciò che manda più gente all’inferno è la mancanza di fermo proponimento nelle confessioni». Non usa un condizionale, ma un verbo all’indicativo presente. Don Bosco voleva esprimere una certezza, così come molti altri santi: «È più grande il numero di coloro che si dannano confessandosi che di coloro che si dannano per non confessarsi, perché anche i più cattivi qualche volta si confessano, ma moltissimi non si confessano bene» (Massime di Don Bosco).
Da una parte, quindi, c’è la speranza, dall’altra la disperazione. Ma la falsa speranza è disperazione. La «disperazione della salvezza» è lo sperare in qualcosa che non sia salvezza: Giuda sperò in se stesso, nel denaro e in mille altre cose – ma rigettò la «beata speranza» del Cristo.
Silvio Brachetta
