Proprio alla fine di queste nostre riflessioni teologico-letterarie, siamo stati costretti a far alzare e a far entrare in campo oltre il novantesimo minuto, un campione assoluto che in caso contrario sarebbe rimasto comodamente seduto in panchina.
Questo ingresso in pieno recupero è stato scatenato dal frutto delle ultimissime evoluzioni della coppia d’attacco Thuco-Francisco, contenute nella “stupenda” dichiarazione Fiducia supplicans, in particolare nei punti 37 e 38 che così recitano:
37. “A tal proposito, vengono alla mente le seguenti parole, in parte già citate, del Santo Padre: «Le decisioni che, in determinate circostanze, possono far parte della prudenza pastorale non devono necessariamente diventare una norma. Cioè, non è conveniente che una Diocesi, una Conferenza Episcopale o qualsiasi altra struttura ecclesiale attivino costantemente e ufficialmente procedure o riti per ogni genere di questioni […]. Il Diritto Canonico non deve e non può coprire tutto, né le Conferenze Episcopali devono pretendere di farlo con i loro vari documenti e protocolli, perché la vita della Chiesa passa attraverso molti canali, oltre a quelli normativi». Così Papa Francesco ha ricordato che tutto «ciò che fa parte di un discernimento pratico in una situazione particolare non può essere elevato alla categoria di norma», perché ciò «darebbe luogo a una casistica insopportabile»”.
38. “Per questa ragione non si deve né promuovere né prevedere un rituale per le benedizioni di coppie in una situazione irregolare, ma non si deve neppure impedire o proibire la vicinanza della Chiesa ad ogni situazione in cui si chieda l’aiuto di Dio attraverso una semplice benedizione. Nella breve preghiera che può precedere questa benedizione spontanea, il ministro ordinato potrebbe chiedere per costoro la pace, la salute, uno spirito di pazienza, dialogo ed aiuto vicendevole, ma anche la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà”.
Leggendo questa meraviglia non abbiamo potuto fare a meno di riportare alla mente queste parole del caro Chesterton, scritte in Uomovivo: “Si tende a parlare delle istituzioni come se fossero qualcosa di freddo che intralcia la nostra vita. La verità è che, quando gli uomini si sentono spiritualmente elevati e inebriati di libertà e di nobili aspirazioni, devono sempre finire, e lo fanno immancabilmente, per creare delle istituzioni. Quando sono stanchi tendono a precipitare nell’anarchia, ma quando sono allegri e vigorosi promulgano leggi: è inevitabile. Questo è vero per tutte le religioni e per tutte le repubbliche che si sono succedute nella storia, alla stessa maniera in cui è vero il più comune gioco d’azzardo o il più chiassoso gioco campestre. L’uomo non si sente mai libero fino a quando un’istituzione non lo libera, ma la libertà non può esistere fino a quando non viene dichiarata d’autorità.”
Questo nostro grande amico, ci costringe con le sue parole a guardare in faccia la realtà che molti ancora non hanno il coraggio di affrontare: il baratro che si sta aprendo sotto di noi è frutto di una morte culturale. Chi ci conduce per questa via vuole spegnere “il lucignolo fumigante” (Isaia 42, 3), quello della “Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica”, per poter poi accendere l’infernale fiamma della “chiesa una (nel senso di una tra le tante religioni, tutte buone e giuste e da riunire, magari, nell’unica nuova religione), ecologista (compresa tutta la nuova santità del politically correct), inclusiva (da Universale a “Tutti, tutti, tutti”), sinodale e in uscita.
Oggi, più che mai, chi tace diventa complice. Chi vuole veramente bene a queste persone, non le segua perché eseguendo i loro ordini non farebbero altro che aumentare il computo dei danni che dovranno pagare. Se veramente dite di amare e rispettare questi nostri poveri fratelli che si sono infilati in un vicolo cieco senza uscita, non contribuite ad “ammassare carboni ardenti sopra il loro capo” (Romani 12, 20). E, a dispetto di tutto, tenete in considerazione quel “ricordatevi di pregare per me” perché potrebbe essere usato contro di noi: è colpa vostra, vi avevo detto di pregare per me.
