Non recensione dell’ultimo libro di Cacciari

La non recensione si fa quando non si legge un libro. Si potrebbe obiettare che quando non si legge un libro non si fa la recensione. In genere è così, ma quando si deve dire perché non si è letto un libro, si può fare la non recensione.

Ci sono libri che non si debbono leggere, nemmeno se scritti da grandi autori. Sono quelli, ad esempio, che partono da premesse sbagliate. Nessuno dovrebbe leggere un libro di geometria se definisse il punto composto da parti o la linea retta da angoli.

Nell’ultimo libro di Massimo Cacciari la premessa è sbagliata già dal titolo: Metafisica concreta. La metafisica, per essere tale, è concreta – non occorre aggiungere un aggettivo già contenuto nel concetto di metafisica. Non esiste la metafisica astratta: esiste solo nella mente dei moderni, a cominciare dalle accademie del Cinquecento, che hanno imbalsamato la metafisica e ne hanno stravolto la verità.

Dopo una vita a cercare di quadrare il cerchio, Cacciari finalmente è approdato alla metafisica. Ma non a quella di Platone, di Aristotele o di san Tommaso, che secondo i moderni è astratta. No la metafisica, se riesumata dalla modernità, dev’essere impacchettata nelle categorie moderne. Dev’essere, cioè, piegata al relativo, allo storico, al razionalismo, all’idealismo. Non lo storico all’eterno. Viceversa (qua sta la pretesa) è l’eterno che si deve piegare allo storico.

Davanti a cosucce di questo genere si può, tutt’al più, leggere il risvolto in copertina per capire subito dove l’autore vuole andare a parare. La metafisica è stata, secondo Hegel, la parola «davanti alla quale ognuno, più o meno, si affretta a fuggire come davanti a un appestato». Certo – e grazie alla modernità. Ma, dice Cacciari, non si può mica buttare via un termine così «inaudito». Sarebbe un vero spreco.

Che si fa allora? Bisogna adattare la «theoría» metafisica all’«ordine di Chronos», cioè all’ordine del tempo, del transeunte. Bisogna ripulire la metafisica dall’«al di là» e siamo a posto: «Nessun ‘al di là’, nessuna Hinterwelt, o mondo ‘dietro’ tà physiká, dietro il manifestarsi di Physis». No, solo l’al di qua.

E invece la metafisica è nata proprio come al di là, come ὑπερουράνιος (iperuranio), ovvero come luogo oltre il cielo. La metafisica ha un presupposto che la fonda: il significato delle cose è altrove. È anche nelle cose, in re (Aristotele, Tommaso), ma senza mai perdere di vista l’eternidea del Nume, che è fontale e senza la quale non c’è metafisica.

Cacciari si fa aiutare dall’autorità di Florenskij. Ed è una grande autorità, su molte cose. Non su tutte: non lo è sulla metafisica, che Florenskij demolisce per mezzo del concetto di «verità antinomica», autocontraddittoria. Cacciari e Florenskij compiono una medesima operazione indebita nei confronti della metafisica: nascondono l’evidente natura agnostica dei loro sistemi dietro al termine «vita».

Non è un pensiero originale. La teologia contemporanea, caduta nell’agnosticismo, abolisce i dogmi e la tradizione, sostituendoli con il concetto maldestro di «tradizione vivente». Si vuol dire, semplicemente, che la verità può evolvere, perché si deve piegare all’evoluzione. È un espediente per non ammettere ciò che si pensa: la verità è inattingibile dall’uomo.

Secondo Antonio Carioti, alcuni critici riassumono questa posizione così: «Il cristianesimo non vive di concetti fissi e intangibili, ma si manifesta in un processo evolutivo che non è riducibile ad alcuna delle formule (riti sacramentali, formulazioni dogmatiche, regole canoniche, conformazione temporale dell’ordinamento ecclesiastico) che l’ecclesialità assume nel corso della storia» (Corriere della Sera, 28/10/2008, p.33).

Ecco tutto questo non ha nulla a che fare con la metafisica, che non si piega a nulla, se non a se stessa. La metafisica è il criterio del divenire. Non è il divenire il criterio della metafisica.

Silvio Brachetta
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