Racconto di un sogno, di morte, di vita.
Dal finestrino del suo scompartimento, Lorenzo vedeva scorrere velocemente la campagna veneta. Il treno che lo stava portando verso la prima mèta del suo viaggio era decisamente vecchio e mal messo, e la tappezzeria del sedile sul quale stava seduto portava in modo evidentissimo i segni delle migliaia di persone che nel tempo avevano occupato il posto che ora era il suo, ma lui sembrava non farci caso, era troppo immerso nei suoi pensieri. Quella notte aveva faticato non poco per riuscire ad addormentarsi, l’eccitazione era troppo grande, e solo verso le prime ore del mattino era riuscito ad entrare in un sonno leggero ed agitato. Era certo che questo giorno lo avrebbe sicuramente ricordato a lungo, sarebbe stata senza dubbio una delle più memorabili giornate della sua vita. Iniziò a riflettere su quali fossero le altre giornate che ricordava: non erano molte. Il primo ricordo che lo investì fu quello del giorno in cui rischiò di perdere suo fratello che, a causa di una brutta caduta, si era fracassato la testa davanti ai suoi occhi. Ricordava benissimo la corsa disperata all’ospedale: la guida febbrile del papà e le preghiere che nella sua mente si mescolavano ai vaneggiamenti del suo fratellino e alla disperazione della mamma.
Gli tornò poi in mente l’ultima volta in cui la mamma gli aveva annunciato che sarebbe arrivato un altro fratellino e altrettanto bene rammentava la notizia, giunta qualche settimana dopo, che il fratellino non sarebbe arrivato più…
Ben vivo era anche il ricordo della nascita della sorellina più piccola e quello del giorno in cui scoprì di poter nuovamente muovere le dita dei piedi dopo quel grave incidente: erano l’unica parte che poteva veder sporgere al di fuori della pesante ingessatura che ricopriva gran parte del suo corpo.
Che strana accozzaglia di eventi. Pensava che gli sarebbero venuti alla mente ricordi legati a giornate di divertimento e spensieratezza. Perché ricordava proprio questi giorni? E perché ne ricordava così pochi?
Non riusciva a trovare un nesso logico tra questa serie di avvenimenti ma, qualunque fosse la risposta, di una cosa era certo: di quella giornata si sarebbe certamente ricordato.
Ancora pochi minuti e sarebbe sceso alla stazione di Venezia-Mestre dove lo aspettava Chico. Lo aveva conosciuto solo pochi giorni fa in internet ma, pur non avendolo mai visto, era già diventato il suo idolo. Un ragazzo che da mesi stava riuscendo, senza farsi fermare da nessuno, a saltare la scuola per seguire un ristrettissimo gruppo di sportivi estremi nelle loro folli scorribande, era qualcosa di straordinario, e ancora più straordinario era il fatto che ora Chico stava aprendo quel ristrettissimo gruppo anche a lui.
Dai vetri delle porte della carrozza che stava rallentando Lorenzo cercava di individuare, tra le persone che vedeva scorrere sulla banchina della stazione, il volto del suo amico. Eccolo doveva certamente essere quello: lo stile era decisamente il suo. La carrozza lo superò di molto e ciò lo costrinse a camminare un po’ prima di rintracciarlo tra la folla. Era proprio lui: che emozione! Trasudava fascino da tutti i pori, si vedeva lontano un chilometro che era un personaggio da paura.
Non c’era tempo per i convenevoli, il treno era arrivato un po’ in ritardo e gli altri erano già partiti. La macchina di Chico era veramente uno sballo! Quando avrebbe potuto guidare anche lui un bolide del genere? Beh, prima sarebbe stato necessario prendere la patente. Chico l’aveva già presa, nonostante anche lui frequentasse ancora il liceo (era stato certamente bocciato più volte, pensò), e la sapeva decisamente usare. Oh, se la sapeva usare! Infatti in brevissimo tempo arrivarono a destinazione.
Si trovavano sulle Dolomiti Bellunesi. La macchina si fermò su uno spiazzo in pieno fermento. Le persone indaffarate a maneggiare quelle strane attrezzature dovevano essere gli amici di cui gli aveva parlato Chico. Che emozione aggirarsi attorno a personaggi così spettacolari. Ah! Se avessero potuto vederlo i suoi compagni! Sarebbero scoppiati di invidia; ma quegli sfigati erano incollati ai banchi di scuola e a quest’ora si stavano sorbendo la lezione di latino. Mamma mia che perdenti! Lui in fondo voleva bene ai suoi compagni ma il pensiero che qualche giorno fa avevano dato ragione proprio alla prof di latino che lo aveva ripreso davanti a tutta la classe, per il poco impegno che stava dimostrando ultimamente, lo mandava in bestia. “Se continui così rischierai di perdere l’anno…” gli avevano detto “…e noi non vogliamo correre il rischio di non averti in classe l’anno prossimo. Non ti interessa niente di noi!”. “Non me ne frega niente ne di perdere l’anno, ne di voi!”, questa era stata la sua risposta.
Intanto si aggirava fra gli illustri sconosciuti e cercava di immergersi in quell’ambiente che lo stava caricando di una febbrile euforia. L’accoglienza era stata ottima e ora stava cercando di capire quale fosse la specialità di giornata. L’attrezzatura gli era completamente sconosciuta ma gli seccava dover chiedere di quale sport si trattasse dimostrando così la sua totale inesperienza. Quando alla fine riuscì a sapere di che cosa si trattava fu preso da un misto di panico ed eccitazione. Si sarebbe aspettato di tutto ma non il bungee jumping. La voglia di andare a sbirciare altre il ciglio del burrone era troppa ma doveva trovare il modo di farlo senza dare troppo nell’occhio: non voleva che pensassero che lo stava facendo per paura.
“Un bel saltino, eh?!”. La sua manovra non era passata inosservata e soprattutto non era passato inosservato il pauroso pallore che aveva sbiancato il suo viso dopo aver gettato uno sguardo all’abisso che si era aperto davanti ai suoi occhi. Ad aggravare la cosa si aggiungeva il fatto che a parlare era stata quella stupenda ragazza che aveva notato dal momento del suo arrivo. “ È il burrone più profondo d’Europa” aveva puntualizzato “ È roba per pochi!”. Nel frattempo alcune paia di occhi si erano rivolte da quella parte. Ora era veramente incastrato! Come avrebbe potuto sfilarsi da quella situazione senza fare una figuraccia mostruosa?
Non sapendo bene cosa fare, tanto per guadagnare tempo e distogliere l’attenzione da sé, si diresse deciso verso Chico per farsi mettere l’imbrago. La cosa gli stava sfuggendo di mano: il fatto che Chico gli chiedesse con tanta insistenza se era proprio sicuro e se se la sentiva veramente di provare il salto esasperava ulteriormente la faccenda e non faceva altro che metterlo ulteriormente con le spalle al muro. Come avrebbe potuto ora dire che non poteva saltare? Qualsiasi motivazione, anche la più buona, sarebbe suonata come una scusa. Non gli restava altro che mettersi in fila dietro ai tre saltatori che stavano aspettando il loro turno a ridosso del burrone. Ormai non poteva più tirarsi indietro.
L’intera sua persona era tesa nello sforzo di trovare il coraggio di fare quel salto e soprattutto di non soccombere alla devastante ansia che stava montando dentro di lui. Ormai si era lanciato anche l’ultimo dei tre; ma da quanto? Da qualche secondo? Da alcuni minuti? Il panico che si era impadronito di lui gli aveva fatto perdere completamente la concezione del tempo. Forse era già lì fermo ad aspettare da molto e la sua eccessiva attesa poteva aver destato dei sospetti o aver già svelato ai presenti il terrore di cui era preda. Con la forza della disperazione raccolse tutte le sue forze : “Ora o mai più!”; e per non avere il tempo di ripensarci si lancio di corsa e ad occhi chiusi verso il baratro e solo quando sentì la terra mancargli sotto i piedi capì di essersi ormai lanciato oltre il ciglio del burrone.
Immediatamente il suo orecchio fu raggiunto da una serie di urla. L’ansia gli aveva giocato un brutto scherzo: quello che a lui era sembrato un tempo lunghissimo, durante il quale sarebbe stato esposto agli sguardi giudicanti del resto della compagnia dopo il salto del terzo uomo, era corrisposto nella realtà a pochi secondi, di conseguenza non c’era stato il tempo di agganciare il suo imbrago all’elastico, ed egli si era lanciato nel vuoto senza nessun ancoraggio.
Le grida scossero Lorenzo e lo riportarono alla realtà. Un rapido sguardo alle sue spalle rese subito chiarissima la situazione: il ciglio del burrone e le teste che da esso sporgevano verso l’abisso erano ormai lontane e dietro di lui non c’era la benché minima traccia di elastici, corde o qualsiasi altra cosa che potesse ancorarlo al punto dal quale si era gettato. La mamma gli aveva spiegato che quando l’anima si presenta davanti a Dio per il giudizio particolare Egli le fa rivedere in pochi secondi tutta la sua vita. Si era sempre chiesto come fosse possibile vedere così tanti accadimenti in pochi secondi ma ora gli era chiarissimo perché quello che gli stava succedendo era qualcosa di molto simile. Durante quel breve volo ebbe modo di pensare ad una mole incredibile di cose.
Cose che non avrebbe mai creduto gli sarebbero venute in mente in un momento simile. Intuì di colpo qual era il nesso che legava i pochi ricordi che aveva riportato alla mente quella mattina stessa durante il suo viaggio in treno: suo fratello che aveva rischiato di morire, l’annuncio dell’arrivo di un nuovo fratellino e quello che il fratellino non sarebbe più arrivato, la nascita della sorellina e la scoperta di poter nuovamente muovere le dita dei piedi, erano tutto cose che c’erano e che avrebbero potuto non esserci più o cose che avrebbero potuto non esistere e che invece erano venute all’esistenza.
Lui aveva un fratello ma era come se se ne fosse accorto solo nel momento in cui stava per perderlo. Era possessore della dita dei suoi piedi ma si era reso conto di averle solo quando aveva rischiato di non poterle più usare. Quello che lo aveva riempito di stupore nella nascita della sorellina era il fatto che qualcosa che non esisteva fosse venuto all’esistenza, anche se in quel momento non ne era consapevole. Ecco perché ricordava quei giorni: perché in quei giorni aveva percepito l’esistenza; aveva scoperto che nel mondo si aggirava qualcosa di vivo; aveva intravisto per un attimo che il mondo è vivo e in quei giorni aveva vissuto veramente.
Pensò ai suoi compagni e a come li aveva trattati. Pensò persino alla prof di latino. Ora si era accorto della loro esistenza e gli era cara come la luce del sole perché avrebbero potuto non esserci. L’idea di un anno scolastico senza di loro, per colpa di una stupidissima bocciatura, era qualcosa di impensabile. E la mamma? Come era bella e dolce e paziente e lui se ne accorge solo ora. E il papà? E i fratelli? E Dio? No! Non poteva pensare di perderLo per l’eternità… i pochi secondi a disposizione doveva spenderli per Lui. Ma ormai non c’era più tempo. Le rocce del fondovalle erano già a pochi centimetri. “Pietà di me, o Dio”.
Lanciò un urlo terrificante e poi ci fu solo il buio intorno a lui.
Non sapeva dove si trovava era completamente intorpidito e non poteva vedere nulla.
All’improvviso uno spiraglio di luce, che diventava sempre più grande, lo accecò.
Mentre si sforzava di adattare i suoi occhi a quel bagliore una voce gli fece saltare il cuore in gola: qualcuno aveva urlato il suo nome.
“Lorenzo!”
“Lorenzo! Che succede!”.
Era la mamma, accorsa dopo aver sentito un urlo spaventoso provenire dalla camera di Lorenzo. A ruota arrivarono il papà ed i fratelli. Con le sue grida disperate Lorenzo aveva svegliato tutta la casa. Ora erano tutti intorno al suo letto. I più piccoli scoppiarono a ridere: era talmente sudato che sembrava fosse andato a letto dopo essersi fatto la doccia con addosso il pigiama.
Ma anche loro ammutolirono, presi alla sprovvista dal super abbraccio con il quale Lorenzo tento di stringerli tutti insieme.
“Hei! Ma che ti succede?” Esclamò il babbo che si sentiva straordinariamente felice.
“Sono troppo contento perché ho scoperto che ci siete, che esistete, che siete vivi!” Urlò, e poi saltò giù dal letto correndo in direzione delle scale. “Dove vai?” Gridò la mamma. “A scuola! Ci sono tantissime altre cose delle quali ho scoperto l’esistenza. Voglio andarmele a godere!”, e pochi secondi dopo stava già pedalando con lo zaino in spalla in direzione della scuola. Quando la porta dell’aula si aprì tutti videro entrare in classe correndo un pazzo scalzo e avvolto in un pigiama umidiccio che aveva in testa qualcosa che assomigliava più ad un nido di cornacchie che a dei capelli, per quanto erano spettinati.
Era l’ora di latino: “Questa volta hai superato ogni limite Lorenzo! Di tutte le tue pagliacciate questa è di gran lunga la peggiore! Ora basta! Vada dal preside!”.
Per tutta risposta, quando l’insegnante inferocita gli passò accanto senza degnarlo di uno sguardo, Lorenzo le saltò addosso e la abbracciò. Quando la prof si vide investita da quel mostro umidiccio cacciò un urlo spaventoso ed iniziò a chiamare aiuto. Accorsero i bidelli e alcuni alunni ed insegnanti delle classi vicine, ma la scena che si presentò ai loro occhi più che essere preoccupante era terribilmente comica, e così uno dopo l’altro scoppiarono tutti in una fragorosa risata e solo dopo molti minuti, al sopraggiungere del preside, tutti si diedero un contegno cosicché Lorenzo poté finalmente tentare di spiegare la situazione raccontando il suo sogno e quello che ne era scaturito.
Inutile dire che da quel giorno Lorenzo divenne un figlio ed uno studente modello e che si tenne sempre stretta la sua classe e persino la sua insegnante di latino.
Il volo di Lorenzo è il volo della vita,
che per tutta la vita gli era rimasta ignota
da quando coi giocattoli e con la sua innocenza
l’aveva abbandonata in fondo a una credenza,
e quel che aveva intorno non lo vedeva più,
era tutto scontato, a Dio dava del tu.
Il volo di Lorenzo è il volo della vita
e prima di schiantarsi l’aveva già capita:
ora che se ne andava di colpo la vedeva,
in tutto quel che amava lui ora la scorgeva,
persino nelle rocce del fondo che incombeva,
dal muschio e dalle foglie lei ora sorrideva.
Il volo di Lorenzo è il volo della vita
che solo se ti sfugge all’ora l’hai trovata.
L’abisso che sgomenta non è quello laggiù,
ma che quello che esiste poi non esista più,
che tutto ciò che è poteva anche non essere,
che il Grande Tessitore poteva anche non tessere.
Il volo di Lorenzo è il volo della vita,
beato chi la scopre prima che sia finita:
chi attende la sua fine per riscoprir l’inizio
è come il peccatore ch’è schiavo del suo vizio
e vive come un morto per tutta l’esistenza
e la scorge soltanto quando è rimasto senza.
di Michele Beltramello
