De virtute in virtutem, alla sequela della Beata Vergine

Sull’etica delle virtù: ascensio moralis de virtute in virtutem usque ad fortitudinem heroicam

L’Arca dell’Alleanza si sposta gloriosa e pellegrina per i monti di Giuda, da Baala a Gerusalemme, nel tripudio delle folle e di Davide, che danza – skirtàn, in greco – al suono dei sistri. Nel capitolo 6 del secondo Libro di Samuele, Davide non si pente di essersi comportato come un «uomo da nulla», nudo e danzante, ma anzi confessa con ardore: «mi abbasserò anche più di così e mi renderò vile» dinnanzi al Signore.

E come Arca vivente della nuova ed eterna Alleanza, Maria Santissima percorre le medesime alture di Giuda. E giunta presso la casa di Zaccaria, il Battista esulta, danza – skirtàn, di nuovo – al cospetto del Signore e dell’Arca, nel grembo della cugina Elisabetta (Lc 1, 39-41). È la sua una peregrinatio di una gloria maggiore, poiché l’Arca è viva, come vivo è il frutto del suo grembo, Gesù Cristo.

L’onore di Dio è la nostra salvezza

La pietà popolare ha dato il nome di peregrinatio Mariae al trasporto di una statua o di un’immagine della Santa Vergine di chiesa in chiesa, per facilitare la devozione mariana e impetrare il soccorso spirituale del Cielo durante il nostro cammino di conversione.

Paolo VI, nella Marialis Cultus (1974), dà alla Vergine un’immagine dinamica e virtuosa. In essa – specifica il messaggio – c’è l’invito rivolto ai fedeli, di assumere Maria come modello e «prepararsi per andare incontro al Salvatore che viene, vigilanti nella preghiera, esultanti nella fede» (n. 4). Il pronunciamento di Paolo VI è notevole, soprattutto per la chiarezza con cui tratta le questioni più centrali. In Marialis Cultus il Pontefice non solo intendeva riconsegnare la Madonna alla pietà popolare, dopo il preoccupante tracollo mariologico dei primi anni Settanta, ma voleva pure presentarla come «modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti». Paolo VI, al n. 57 dell’esortazione, introduce un sorprendente elenco delle virtù mariane, legate agli episodi della sua vita narrati nei Vangeli. Elenco non certo sterile e confinato alle vicende della Santa Vergine: «Di queste virtù della Madre – auspica Paolo VI – si orneranno i figli, che con tenace proposito guardano i suoi esempi, per riprodurli nella propria vita». E dunque Dio desidera che sua Madre venga onorata e venerata, sia perché è santo e doveroso che, suo tramite, siano resi gli onori e le lodi alla Ss. Trinità, sia perché il rimedio umano di salvezza più sicuro e lieve è il rivestimento dello splendido abito delle virtù – o «progresso nella virtù» – dono e ausilio dello Spirito Santo.

Maria regina delle virtù

Riprodurre, allora, le virtù della Vergine nella nostra vita, come insegna Paolo VI. Ma quali virtù? All’Annunciazione, al cospetto dell’angelo, la Madonna ha dato prova di «docilità», che è la virtù dei bambini e che nulla centra con l’infantilismo (vizio piuttosto da evitare). La docilità è un buon terreno per il germoglio della fede ed è presente in Maria anche alle nozze di Cana. L’«obbedienza generosa» è tipica del suo «eccomi!», rivolto all’angelo. Dio poi intravide nella Vergine l’«umiltà schietta» e la «povertà dignitosa», poiché «ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1, 48). Ella manifestò ancora la «sapienza riflessiva» quando, ad esempio, «serbava tutte queste cose [i fatti della natività, ndr] meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19).

Durante la fuga in Egitto e la strage degli innocenti, Ella esercitò la «fortezza nell’esilio e nel dolore». Importante è anche il rapporto peculiare con suo marito, Giuseppe, dal quale traspare luminosa la sua «purezza verginale», come anche il suo «forte e casto amore sponsale». E inoltre in Maria si ha una «carità sollecita» (visita a s. Elisabetta). Ella è poi «riconoscente dei doni ricevuti» (Magnificat), «offerente nel tempio» (presentazione di Gesù) e «orante nella comunità apostolica» (al Cenacolo con gli apostoli).

In tal modo Polo VI ci presenta una donna ricolma dei doni dello Spirito Santo e splendente nella virtù, radicata e salda al suo proprio essere. La Madonna è la prima creatura che realizza pienamente il Salmo 83, v. 8: «Ibunt de virtute in virtutem, videbitur Deus deorum in Sion» – «Andranno di virtù in virtù, finché vedranno il Dio degli dei in Sion». Questa dovrebbe essere la vicenda umana dei credenti: «Ibunt de virtute in virtutem», traducibile anche con «cresce il loro vigore lungo il cammino».

Etica delle virtù

Questa era trasmessa di padre in figlio, di madre in figlia, per secoli: la virtù. Non era necessario convincere le famiglie circa la necessità di un’educazione che avesse come obiettivo la persona virtuosa. La morale – o etica – delle virtù s’impose per tutta l’epoca medievale ed era l’approdo scontato per ogni antropologia teologica o filosofica. Le summe e i commentari della Scolastica tornavano spesso sulle virtù e sui doni dello Spirito Santo. Si trattò di una teologia ad appannaggio dichiarato ed esclusivo per l’umile e beato pellegrino, per l’homo viator, per colui che accetta l’itinerarium della salvezza (pentimento, mortificazione, conversione e ascesa a Dio). Lui solo comprende, perché sa mettersi in ginocchio, si rialza e cammina verso Dio. Viceversa, questa teologia s’intendeva preclusa al reprobo, all’indolente.

La prassi virtuosa si dimostrò decisiva nella vita dei santi – come anche nelle scelte politiche e sociali – e costituì vasta parte della teologia e della predicazione, grossomodo prima dell’imporsi della modernità.

Non che dal Rinascimento il mondo non abbia conosciuto uomini virtuosi, ma l’educazione soffrì l’affermarsi dell’imperativo categorico protestante e kantiano (quanto all’obbligo), come anche delle suggestioni libertarie (quanto all’indifferenza). Si parlò, allora, di morale dell’obbligo e di morale dell’indifferenza: questi estremismi prevalsero e fu generalmente non poco mortificato lo sviluppo virtuoso della persona, a casa come a scuola. Fino ad oggi.

Virtù e Dottrina sociale della Chiesa

Nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, del quale ricorrono i dieci anni dalla data della prima edizione (2005), le considerazioni attorno alle virtù emergono di frequente. Fin dall’introduzione è subito chiarito che l’autentico umanesimo potrà sussistere solo «se i singoli uomini e donne e le loro comunità sapranno coltivare le virtù morali e sociali in se stessi e diffonderle nella società» (n. 19). Ad esempio, la «solidarietà» tra persone è tanto un «principio sociale», quanto una «virtù morale», per cui è definibile come «la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune» (n. 193). Vi è, insomma, un «un profondo legame» tra «le virtù nel loro complesso, e in particolare tra virtù, valori sociali e carità», per cui non è sbagliato parlare di «etica sociale» (n. 204). Non va dimenticato, in questo caso, che la carità anima e ispira l’esercizio di tutte le virtù, così come si esprime il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 1827 e come affermato da San Tommaso d’Aquino: «caritas est forma virtutum» – «la carità è la forma delle virtù».

Molto importante è pure il capitolo del Compendio sulla famiglia, dove si afferma che in essa «i figli apprendono le prime e più decisive lezioni della sapienza pratica a cui sono collegate le virtù» (n. 210). Non solo, ma «esercitando la sua missione educativa, la famiglia […] costituisce la prima scuola di virtù sociali, di cui tutte le società hanno bisogno» (n. 238). Il ricorso alle virtù è richiesto anche in ambito politico, perché sia favorita «la pratica del potere con spirito di servizio», realizzabile tramite «pazienza, modestia, moderazione, carità, sforzo di condivisione» (n. 410).

Il Compendio non può non approfondire il discorso sulle virtù, poiché è un tema presente nelle stesse encicliche sociali, a cominciare dalla prima: la Rerum Novarum (1891) di Leone XIII. Al n. 20 si specifica che «la vera dignità e grandezza dell’uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù». Inoltre, «la virtù è patrimonio comune, conseguibile ugualmente dai grandi e dai piccoli, dai ricchi e dai proletari» e «solo alle opere virtuose, in chiunque si trovino, è serbato il premio dell’eterna beatitudine». Anche nel pronunciamento di Leone XIII è rimarcata l’importanza di rimuovere «tutti gli ostacoli che attraversano il cammino della virtù».

Silvio Brachetta
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