Riflessioni teologico-letterarie sulla Genesi
Settimo giorno
[Qua il primo, il secondo e il terzo articolo della serie: Primo giorno, Secondo giorno, Terzo Giorno, Quarto Giorno, Quinto Giorno, Sesto Giorno]
In tragica contrapposizione con il fecondo riposo di Dio nel settimo giorno, si pone la mortifera inattività di noi cristiani d’oggi, paralizzati dalla devastante confusione (che purtroppo non riguarda soltanto l’ecologia ma si presenta in modo trasversale), che la scellerata alleanza lupi-pastori ha portato all’interno del gregge. Come uscire da questa trappola mortale?
Nostro Signore, nella sua saggezza, ricorreva alle parabole per rivelare (nella doppia accezione di “svelare” e “ ri-velare cioè velare nuovamente”) le più grandi verità, come scritto in Matteo 13, 34: “Gesù disse alla folla tutte queste cose in parabole e senza parabole non raccontava nulla, perché si adempisse quanto era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole: manifesterò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo””. Solo Dio, nella Sua Semplicità, poteva usare il mezzo con il quale si spiegano le cose ai bambini, e cioè un racconto, per far comprendere a chi ha orecchi per farlo, i più grandi misteri.
Ci troviamo ora nella condizione di dover provare a comprendere e affrontare il momento più tragico della storia della Chiesa. Qual è l’atteggiamento giusto da tenere nei confronti della Sposa di Cristo? Come uscire dal ginepraio coscienza-obbedienza? Come orientarsi per capire in che modo servire Dio e la Sua Sposa, nell’attuale stato di cose?
Sull’esempio del nostro Maestro e Signore Gesù Cristo proviamo a rispondere con un racconto:
Un Re dovette partire per un lungo viaggio e fu costretto a lasciare l’amatissima Moglie, e ad affidarla alla custodia di un servo che egli nominò reggente fino al suo ritorno. Per lungo tempo tutto filò abbastanza bene.
La Sposa del Re veniva accudita con cura da parte di servitori alquanto inaspettati: si trattava di minuscoli omini, non più alti del un grano di un rosario. Giusto per farvi capire, quando bisognava confezionare un nuovo vestito per la loro Signora, uno stuolo innumerevole di questi esseri si dedicava a tessere ciascuno una parte dell’abito, della superficie di qualche centimetro quadrato, la quale veniva poi cucita insieme a tutte le altre a formare l’indumento completo.
Se qualcuno avesse potuto vedere la Sposa nei giorni in cui stava male, avrebbe pensato che il letto della bellissima Dama fosse stato invaso da un intero formicaio. Guardando più da vicino avrebbe potuto accorgersi che invece, quelle che sembravano formiche, erano migliaia di minuscoli dottori che ricoprivano la pelle della Regina, occupandosi ognuno di una piccola zona del suo corpo, della quale si prendeva cura con estrema devozione.
Vi lascio immaginare l’aspetto brulicante delle cucine: un continuo va e vieni attorno ad ogni singolo piatto; ad esempio, per fare un risotto ogni ometto cucinava un singolo chicco di riso nella sua brava pentolina, e lo portava poi al gran piatto nel quale veniva composto, alla fine, il pasto dell’Amata del Re.
Un giorno, nessuno seppe mai il perché, il reggente, insieme ai suoi più stretti collaboratori, iniziarono ad impartire strani ordini ai poveri omini che tanto fedelmente avevano fino ad allora servito la loro Signora. Ai sarti fu comandato di confezionare tessuti brutti e laceri, che lasciassero scoperta quanta più pelle possibile. Ai medici fu imposto di ungere il corpo della Sposa con unguenti che davano origine ad orrende piaghe. Ai cuochi fu ordinato di aggiungere un intruglio nauseabondo e dall’aspetto insalubre, alla piccola porzione di cibo che ognuno preparava per la Regina. Fidandosi dei loro superiori, come avevano sempre fatto fino ad allora con profitto, i bravi ometti continuarono ad eseguire i loro doveri senza farsi troppe domande, pur trovando le nuove disposizioni alquanto bizzarre.
Nel giro di poco tempo la Sposa del Re divenne irriconoscibile: i suoi abiti la facevano assomigliare nell’aspetto più ad una meretrice che alla castissima Sposa del Re. Difficilmente si sarebbero potuti chiamare vestiti quei brandelli di stoffa che lasciavano intravedere la sua pelle ormai ricoperta da un numero impressionante di minuscole piaghe purulente e maleodoranti.
Il fatto che il veleno che le veniva somministrato quotidianamente con il cibo l’avesse costretta costantemente a letto, le avrebbe almeno evitato di farsi vedere in giro in quelle condizioni, senonché, il sadico reggente pensò bene di ordinare ad alcuni piccoli scrivani di spedire lettere ovunque per invitare quanta più gente possibile a vedere la diletta Sposa del Re ridotta in quelle condizioni. Arrivò persino a costringere alcuni di quei poveretti a scrivere lettere ai signori dei regni vicini, osando proporre loro di unirsi alla Moglie del Re, nel tentativo di fare di lei la peggiore delle adultere, pronta, a suo dire, a qualunque prostituzione.
Il grosso degli omini continuò il suo lavoro a testa bassa, alcuni per indifferenza, altri per abitudine, altri per paura, altri, che invece non erano d’accordo con l’andazzo, si rifugiavano dietro al fatto che bisognava obbedire e che ubbidendo non si sbaglia mai.
Alcuni, pochi in verità, rimasero terribilmente scandalizzati dalla situazione e si dicevano l’un l’altro: “I vertici sono impazziti e la Sposa è ormai inguardabile. Essere al servizio di una Donna e di una Casa resa così orribile, ci rende pieni di vergogna e ci fa apparire spregevoli agli occhi degli altri. Andiamo a servire una padrona più dignitosa”, e se ne andarono.
Anche alcuni altri si erano accorti del disastro in corso, ma per l’amore che portavano alla Sposa, rimasero fedelmente al suo servizio ed iniziarono, ognuno nella sua piccola porzione, a disattendere ai folli ordini impartiti dal reggente e dai suoi tirapiedi. Non si limitarono a non fare il male ma cercarono, ciascuno come poteva, di rimettere ordine nel proprio ambito di competenza: tessitori e sarti lavoravano la loro parte di tela impegnandosi al massimo per ottenere la stoffa più nobile e preziosa che le loro piccole mani potessero produrre, in modo tale che almeno quel pezzo coprisse e adornasse degnamente il corpo della loro amata Signora, e cercavano nel contempo di convincere i loro vicini a fare altrettanto.
I medici non erano da meno e con tanta devozione pulivano e disinfettavano le piaghe della Sposa, nelle zone in cui potevano giungere, per poi ungerle con oli profumati, accarezzandole lungamente e con infinita tenerezza. I cuochi dal canto loro, non solo si rifiutarono di aggiungere il venefico preparato al frutto del loro lavoro, ma aggiungevano alla loro porzione di pasto per l’Amata del Re, un potente antidoto e ricostituenti comperati a loro spese. Gli scrivani poi, rifiutandosi di scrivere le nefandezze dettate dal folle reggente, iniziarono ad inviare messaggi al loro Signore, informandolo della situazione ed esortandolo a ritornare quanto prima. Così facendo i piccoli servitori riuscirono a far sopravvivere la Sposa e, per quanto era in loro potere, a salvaguardarne la dignità, fino al ritorno dello Sposo, il quale ristabilì prontamente l’ordine e ricolmò la sua Sposa di una gloria ancor maggiore di quella che Le era stata tolta.
Qui il Figlio di Dio avrebbe aggiunto: “ Chi ha orecchie per intendere intenda”, e poi nei momenti di intimità avrebbe spiegato ai suoi discepoli che il Re è Lui e la Sposa è la Chiesa tratta dal suo costato, come Eva da quello di Adamo. Il reggente è il capo visibile della Chiesa insieme a cardinali e vescovi (non tutti, grazie a Dio). I piccoli servi sono i singoli fedeli che compongono la chiesa stessa, corpo mistico di Cristo. Il tradimento o la follia dei capi è lo specchio della situazione attuale.
Il comportamento degli omini rispecchia le diverse condotte tenute dei singoli componenti della Cristianità di fronte a tale tragedia. La reazione dei piccoli servi fedeli è, a nostro avviso, l’unica via (via stretta) che hanno i Cristiani per fare il bene del loro Signore e della sua Sposa, riducendo tra l’altro anche il carico di danni e responsabilità che andrà a ricadere inevitabilmente sulle spalle dei colpevoli dell’odioso misfatto, facendo così l’interesse dei loro superiori proprio nel disattendere ai loro folli ordini.
Chi si cura più della Sposa dell’agnello? Chi piange sulla vergogna di cui la ricoprono? Chi ha più a cuore il Suo onore e di conseguenza quello del Suo Sposo?
Ognuno si interroghi in questo senso, e se non lo commuove una tale Signora in questo misero stato, pensi e si ricordi che Quella stessa Signora è la Madre che lo ha generato alla Fede; è la sua Mamma.
Chi ama e rispetta i suoi superiori? Chi obbedisce a ordini folli, aiutando i superiori ad accumulare reati e responsabilità dei quali dovranno rendere conto, o chi cerca di arginare le loro colpe, evitando di dare il proprio contributo in questo senso e cercando di riparare i danni dove possibile, diminuendo così l’importo del conto che essi dovranno pagare?
La Chiesa è Gerarchica per natura ed è in gran parte a questa sua caratteristica che dobbiamo la sua sopravvivenza in duemila anni di lotte e persecuzioni. Togliere questo fondamentale elemento della sua struttura è uno dei principali obiettivi di chi sta portando avanti l’opera di distruzione alla quale stiamo assistendo. Muoversi quindi sulla base dell’autodeterminazione e dell’autoreferenzialità significa contribuire all’opera di devastazione della Chiesa e all’instaurazione di una dittatura del caos all’interno di essa.
L’operato dei servi buoni del nostro racconto, non è da leggersi in chiave antigerarchica o come espressione di una volontà di autonomia, ma piuttosto come il tentativo di attenersi ed aggrapparsi a dei principi oggettivi ai quali fare riferimento, in presenza di ordini illogici ed in netto contrasto con il Depositum fidei.
A questo proposito vale la pena di ricordare la frase detta da Papa Leone XIII, il quale pronunciandola citava a sua volta Papa Felice II: “Non resistere all’errore è approvarlo, non difendere la verità è ucciderla. Chiunque manca di opporsi ad una prevaricazione manifesta può essere considerato un complice occulto”.
Curandosi quindi di intervenire con la massima solerzia possibile, in perfetta continuità e nel più profondo rispetto degli immutabili insegnamenti della Chiesa, ognuno nel proprio specifico ambito di competenza, non si andrebbe di conseguenza contro nessuna autorità, ma si farebbe soltanto il proprio dovere, in presenza di ordini contrastanti con i suddetti insegnamenti.
Anche in guerra, se i vertici militari impazziscono (ipotizziamo a causa di un gas allucinogeno rilasciato dal nemico all’interno della tenda ufficiali) e cominciano a dare ordini contraddittori, deliranti e addirittura suicidi, chiunque conservi ancora il ben dell’intelletto, dal più alto in grado a quello più in basso, farà il bene del suo esercito e della sua patria nella misura in cui riuscirà a riportare ordine e disciplina nel suo raggio d’azione, salvando così anche i vertici impazziti.
A questo proposito, proprio l’ambito militare potrebbe aiutarci a sciogliere il nodo principale della questione, che blocca molti di noi in un limbo dal quale non sappiamo uscire, e cioè la tensione tra l’obbedienza ai superiori e la fedeltà al Depositum Fidei. La grande domanda per i veri amanti di Dio è: Il rispetto di quale delle due, se in contrasto tra loro, è più gradito a Dio e vera espressione di amore e fedeltà a Lui?
Vogliamo ricorrere ad un altro racconto per provare a rispondere, usando il contesto militare come spazio nel quale ambientarlo, essendo quest’ambito caratterizzato sia da una ferrea struttura gerarchica (questione relativa ai superiori), che da un ricchissimo deposito di leggi e regole, alcune delle quali antichissime (questione relativa al Depositum Fidei).
Mentre possiamo permetterci di dare per scontata la comprensione di che cosa si intenda per gerarchia militare, vale invece la pena di spendere due parole sul secondo aspetto: un esempio interessante, e funzionale al nostro racconto, di legge o regola militare è quello del comportamento che dovevano tenere i soldati dell’antica Roma nei confronti del “Pomerium”. Quest’ultimo era il confine sacro che circondava le pertinenze della città e che si estendeva per una certa distanza lungo tutto il perimetro delle mura (e che più tardi venne esteso a tutta l’Italia peninsulare da Rimini in giù).
Ora, questo anello di terreno che circondava le mura era una zona sacra attraverso la quale si doveva passare per accedere alle porte della città e nessuno, nemmeno i generali o i senatori, dirigendosi verso di essa poteva oltrepassare questo limite avendo con se delle armi. Era una regola ferrea ed antichissima, al punto tale che lo stesso Remo venne ucciso dal fratello Romolo per aver osato oltrepassare il solco che quest’ultimo stava tracciando, che era appunto il limite esterno del Pomerium, in quanto Remo era armato nel momento in cui passo il limite sacro.
Detto questo, e dopo aver tracciato una esplicita corrispondenza simbolica tra “pomerium” e “Depositum Fidei”, possiamo procedere con il racconto:
La casa Reale di un antico popolo aveva affidato da tempo immemore la guida del suo esercito ad una casta di generali che da generazioni si susseguivano al comando delle truppe. Il generale di turno, all’inizio del suo mandato, giurava, insieme all’esercito, di proteggere sempre e comunque il Re e la Sua Famiglia e di non passare mai in armi il confine sacro che circondava per un raggio di alcuni chilometri la residenza Reale.
Ordunque, un brutto giorno sorse al comando delle truppe un tristo figuro che aveva stretto accordi segreti con il più acerrimo nemico del suo Signore. Fatto il giuramento di rito entro in servizio e gli fu ordinato di intraprendere una certa campagna militare. Partì dunque l’esercito, ma vedendo però il Re che la strada presa dal nuovo generale non era quella giusta, mandò i Suoi figli a richiamarlo, ma il traditore impartì l’ordine di tendere gli archi e uccidere i figli del Sovrano, mentre ancora si stavano avvicinando. I soldati, pur sapendo di aver giurato di proteggere sempre e comunque il Re e la Sua Famiglia, eseguirono l’ordine, chi per cieca obbedienza, chi pensando che l’ordine venisse direttamente dal Re e che i principi si fossero macchiati di qualche gravissima colpa.
Ordinò poi di non proseguire, secondo l’ordine ricevuto dal Sovrano, ma di accamparsi lì. Gli uomini si diedero da fare ed eseguirono l’ordine, pur conoscendo il volere che il loro Signore aveva espresso poco prima. Il Re dalla sua torre vide l’esercito accampato, e non vedendo i figli tornare e pensando che si fossero attardati a far festa insieme ai soldati, mandò la Moglie a riprenderli. Quando questa fu giunta presso le tende, il generale diede ordine di violentarla in nome del Re. Questa volta qualcuno, inorridito dal comando e memore del giuramento, si tirò indietro ma la maggior parte ubbidì ormai convinta che la famiglia del Re si fosse rivoltata contro di lui.
A questo punto il malefico comandante ordinò alle schiere di prepararsi a fare ritorno alla reggia. Arrivati al confine sacro tutti si fermarono per depositare gli armamenti ma il servo del nemico ordinò di proseguire armati, in aperto contrasto con gli ordinamenti di sempre. Un certo numero di soldati si rifiutò di varcare il confine in armi, secondo l’uso che era sempre stato rispettato dai loro padri, e di continuare a seguire un superiore dal comportamento quantomeno sospetto ed in aperto contrasto con le antiche tradizioni, ma il resto della truppa, attenendosi a quelli che consideravano follemente ed illogicamente ordini provenienti dalla catena di comando che faceva capo al loro Signore, proseguirono senza esitazione.
Giunti sotto le mura, il traditore diede l’ordine di distruggere le mura stesse e tutte le difese della città, e ancora una volta, contro ogni logica e nel completo rifiuto di ricorrere alla ragione, al grido di: “Siamo dei sottoposti ed il nostro compito è quello di obbedire, non di pensare o di giudicare l’operato dei nostri superiori”, i militi procedettero senza indugio a mettere in pratica le folli richieste del venduto. Una volta che l’opera fu portata a termine, fece disporre tutti gli uomini in riga, si pose egli stesso a fianco del primo a sinistra e ordinò “Ognuno affondi la spada nel ventre del commilitone alla sua destra!”.
Gli stolti misero in pratica la loro cieca obbedienza per l’ultima volta. In pochi minuti l’esercito del Re era stato annientato e la città era ormai priva di qualsiasi difesa. Sguaiate e scomposte grida di gioia si levarono da un boschetto lì vicino. Là infatti l’acerrimo nemico del Re, al quale il generale si era venduto, attendeva con il suo esercito che il traditore portasse a compimento il piano concordato. Ora che l’opera era compiuta si avvicinò per prendere possesso della città, farsi portare il Re e divertirsi un po’ con lui prima di ucciderlo.
La dispensa e le cantine della reggia furono saccheggiate e i soldati si diedero a far festa; il vino scorreva a fiumi. Si erano però dimenticati di coloro che, essendosi rifiutati di disobbedire ai giuramenti, non avevano osato passare il limite sacro in armi. Questi ultimi si lanciarono con furia tremenda contro i nemici e contro il loro infame ex comandante, per difendere il Re, e la strage fu grande.
Quali soldati saranno stati ritenuti dal Re suoi fedeli servitori? Gli “obbedienti” o coloro che hanno saputo mantenere fede alle promesse e alle leggi antiche a costo di andare contro gli “ordini”?
In presenza di superiori che comandano cose in contrasto con la Sacre Scrittura, con la Tradizione, con il Magistero e con gli insegnamenti di sempre, non è vero che obbedendo non si sbaglia, ma piuttosto è vero che dando la giusta precedenza a Questi perenni insegnamenti non si sbaglia.
Se si ritengono irricevibili ed ineseguibili le ingiunzioni provenienti dall’alto, in quanto in aperto contrasto con il “Depositum Fidei”, e di conseguenza si considera saltata in qualche punto la catena di comando, non si rimanga con le mani in mano in quanto in assenza di ordini, ma si continui ad agire, nel proprio ambito e nel pieno rispetto dell’ordine gerarchico nei confronti dei superiori ancora in linea con i “Salutari Precetti”, in base alle infallibili Indicazioni di sempre.
Come abbiamo visto il punto nodale della questione, che riguarda sia la vita religiosa che quella civile, verte sul tema dell’obbedienza. Come conciliare Ebrei 13, 17 (“Ubbidite ai vostri capi e state loro sottomessi”) e Atti degli Apostoli 5, 29 (“Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini”) ?
Chiediamo aiuto al Doctor Angelicus: San Tommaso D’Aquino.
San Tommaso nella questine 104 della seconda parte, seconda sezione, della Somma Teologica tratta il tema dell’obbedienza. Nell’invitarvi a leggere tutta la questione 104 (che consta di sei articoli), andiamo ora ad elencare qui di seguito, in sintesi, la parte relativa alle risposte più importanti in merito:
Articolo 1: Un uomo è tenuto a ubbidire a un altro uomo?
Risposta: “…come l’ordine naturale istituito da Dio esige che tra gli esseri fisici ci sia subordinazione all’influsso degli esseri superiori, così la vita umana esige, per disposizione del diritto naturale e divino, che gli inferiori ubbidiscano ai loro superiori”.
Articolo 2: L’obbedienza è una virtù specificamente distinta?
Risposta: “… quindi l’obbedienza è una virtù speciale; e il suo oggetto specifico è il comando tacito o espresso. Infatti la volontà del superiore, comunque sia conosciuta, è un precetto tacito; l’obbedienza è tanto più pronta quanto più previene il comando espresso, una volta conosciuta la volontà del superiore”.
Articolo 3: L’obbedienza è la più grande delle virtù?
Risposta: Da leggere tutta, in quanto meravigliosa, ma in estrema sintesi questo è il contenuto: Non lo è in quanto le virtù teologali sono superiori a quelle morali, ma tra le virtù morali “è più lodevole l’obbedienza che sacrifica a Dio la propria volontà, che non le altre virtù morali, con cui si sacrificano a Dio altri beni”.
Articolo 4: A Dio si deve ubbidire in tutto?
Risposta: “secondo le spiegazioni date, chi ubbidisce è mosso dal comando del superiore come gli esseri fisici o materiali sono mossi dai loro motori. Come però Dio è il primo motore di tutte le realtà materiali, così è anche il primo motore di tutte le volontà, come si è dimostrato in precedenza. Perciò come tutti gli esseri materiali sottostanno per naturale necessità alla mozione divina, così per una certa necessità di giustizia tutte le volontà sono tenute a ubbidire al comando di Dio…
Sebbene non siamo sempre tenuti a volere le cose che Dio vuole (o dispone), tuttavia siamo sempre tenuti a volere quanto Dio vuole che noi vogliamo. E questa volontà ci è manifesta soprattutto attraverso i precetti. Perciò siamo tenuti a ubbidire a tutti i comandi divini.”
Articolo 5: I sudditi sono tenuti a ubbidire in tutto ai loro superiori?
Risposta: “…Parimenti, due sono i motivi per cui un suddito può non essere tenuto a ubbidire in tutto al proprio superiore. Primo, per il comando di una autorità più grande. Infatti, nel commentare Romani 13, 2: “Quelli che si oppongono all’autorità si tirano addosso la condanna”, la Glossa commenta: “Se l’amministratore comanda una cosa, dovrai forse farla se comanda contro gli ordini del preconsole (che è suo superiore n.d.r.)?
E se lo stesso preconsole ti comanda una cosa, mentre l’imperatore ne comanda un’altra, c’è forse da dubitare che bisogna ubbidire a quest’ultimo senza badare al primo? Se dunque l’Imperatore comanda una cosa e Dio comanda il contrario, si deve ubbidire a Dio senza badare all’Imperatore”.
Secondo, un suddito non è tenuto a ubbidire al superiore se questi gli comanda delle cose nelle quali non è a lui sottoposto… L’espressione di S. Paolo “in tutto”, va riferita alle cose che rientrano nei diritti del padre o del padrone. A Dio l’uomo è soggetto in modo assoluto e in tutte le cose, sia interne che esterne: per cui è tenuto a ubbidirgli in tutto. I sudditi invece non sono soggetti ai loro superiori in tutto, ma soltanto in alcune cose determinate. E solo in rapporto a queste i superiori sono intermediari tra Dio e i sudditi. Quanto al resto invece i sudditi sono sottoposti immediatamente a Dio, il quale li guida con la legge naturale o con quella scritta.”
Articolo 6: I Cristiani sono tenuti ad ubbidire alle autorità civili?
Risposta: “La legge di Cristo è principio e causa della giustizia, come è detto in Romani 3, 22: “ La giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo.” Perciò la fede di Cristo non elimina l’ordine della giustizia, ma piuttosto lo rende stabile. Ora l’ordine della giustizia esige che gli inferiori ubbidiscano ai loro superiori, perché altrimenti la convivenza umana non potrebbe sussistere. Quindi i fedeli per la loro fede in Cristo non sono dispensati dall’obbedienza alle autorità civili… Si è tenuti a ubbidire ai principi secolari per quanto lo esige l’ordine della giustizia. Se quindi essi non hanno un potere legittimo, ma usurpato, oppure se comandano cose ingiuste, i sudditi non sono tenuti a ubbidire, se non forse accidentalmente, ossia per evitare scandali o pericoli.”
Volendo soffermarci più in particolare sul piano sociale, vista la situazione attuale, sulla questione relativa alle leggi umane (ovviamente anche quanto detto sopra vale anche sul piano meramente sociale), vediamo cosa dice il nostro S. Tommaso in merito. Invitandovi a leggere tutta la questione relativa alla legge, contenuta nella Somma Teologica, seconda parte, prima sezione, intendiamo soffermarci qui su alcuni articoli della questione 36 la quale prende in esame “Il potere della legge umana”:
Articolo 4: La legge umana obbliga in coscienza?
Risposta: “Le leggi umane positive o sono giuste o sono ingiuste. Se sono giuste ricevono la forza di obbligare in coscienza dalla legge eterna da cui derivano, secondo il detto di Pr. “Per mezzo mio governano i re, e i legislatori emettono leggi giuste.”. Ora le leggi devono essere giuste sia in rapporto al fine , essendo ordinate al bene comune, sia in rapporto all’autore, non eccedendo il potere di chi le emana, sia in rapporto al tenore, imponendo ai sudditi dei pesi in ordine al bene comune secondo una proporzione di uguaglianza. Essendo infatti l’uomo parte della società, tutto ciò che ciascuno possiede appartiene alla società: così come una parte in quanto tale appartiene al tutto. Per cui anche la natura sacrifica la parte per salvare il tutto. E così le leggi che ripartiscono gli oneri proporzionalmente sono giuste, obbligano in coscienza e sono legittime.
Le leggi possono essere ingiuste in due modi. Primo, perché in contrasto col bene umano precisato nei tre elementi sopra indicati: o per il fine, come quando chi comanda impone ai sudditi delle leggi onerose non per il bene comune , ma piuttosto per la sua cupidigia e per il suo prestigio personale; oppure per l’autorità, come quando uno emana una legge superiore ai propri poteri; oppure anche per il tenore, come quando si spartiscono gli oneri in maniera diseguale, anche se vengono ordinati al bene comune. E tali norme sono piuttosto violenze che leggi: poiché , come dice Agostino: “Non sembra che sia una legge quella che non è giusta”. Perciò simili leggi non obbligano in coscienza; a meno che non si tratti di evitare scandali o turbamenti, nel qual caso l’uomo è tenuto a cedere il proprio diritto, come è detto in Mt: “Se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due; e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.”
Secondo, le leggi possono essere ingiuste perché contrarie al bene divino: come leggi le dei tiranni che portano all’idolatria o a qualsiasi altra cosa contraria alla legge divina. E tali leggi non vanno in alcun modo osservate, poiché “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”, come è detto in At.
Articolo 5: Tutti sono soggetti alla legge (umana)?
Risposta: …Ora, può capitare in due maniere che uno non sia soggetto a una data autorità. Prima di tutto perché è totalmente estraneo al suo dominio…In secondo luogo, perché uno è governato da una legge superiore. Se uno, p. es., è soggetto al preconsole, deve stare al suo comando, non però in quelle cose in cui c’è una dispensa dell’Imperatore: infatti in questo caso non è tenuto al comando del subalterno, essendo governato da un comando superiore. E in questo senso può capitare che uno, pur essendo di per se soggetto alla legge, non sia ad essa tenuto in certe cose, in quanto è guidato da una legge superiore”.
Articolo 6: È lecito ai sudditi agire senza conformarsi alle parole della legge?
Risposta: “ Come si è già spiegato, tutte le leggi sono ordinate alla comune salvezza degli uomini, e in vista di essa ottengono vigore e natura di legge; in quanto invece se ne allontanano non hanno più la forza di obbligare. Per cui nel digesto si legge che “nessuna norma del diritto e nessun senso di equità sopporta che si spinga alla severità, con una interpretazione rigorosa che ottiene un effetto negativo, quanto fu introdotto salutarmente per l’utilità degli uomini”.
Ora, spesso capita che quanto ordinariamente è utile per la salute pubblica, in certi casi risulta sommamente nocivo. Dal momento che il legislatore non può contemplare i singoli casi, propone una legge in base a quanto avviene ordinariamente, badando alla comune utilità. Per cui se nasce un caso in cui l’osservanza di tale legge è dannosa al bene comune, allora essa non va osservata. Se per esempio in un assedio viene sancita una legge che ordina la chiusura delle porte della città, si ha una disposizione utile alla comune salvezza nella maggioranza dei casi; se però capita che i nemici stiano inseguendo dei cittadini capaci di salvare la città, sarebbe sommamente dannoso non aprire (loro) le porte: perciò in questo caso esse andrebbero aperte contro le parole della legge, per salvaguardare l’interesse comune che il legislatore ha di mira.
Si deve tuttavia notare che se l’osservanza letterale della legge non presenta un pericolo immediato, da fronteggiare subito, non spetta a chiunque precisare ciò che è utile o dannoso alla città, ma spetta solo a coloro che comandano, i quali hanno in questi casi l’autorità di dispensare. Se però si tratta di un pericolo immediato che non dà il tempo di ricorrere al superiore , allora la necessità stessa comporta la dispensa: poiché la necessità non ha legge.

