Il prossimo anno Trieste produrrà il certificato di morte della filosofia. Il vecchio amore per la verità e la sapienza verrà rimpiazzato con la fobosofia, che è la paura della sapienza.

Si tratta dell’undicesima edizione della “Scuola di filosofia di Trieste” dal titolo Quel poco di verità, prevista da gennaio a maggio del 2024. Ne dà l’annuncio su Il Piccolo l’entusiasta Pier Aldo Rovatti, che spiega a suo modo l’iniziativa. Lo spiega in modo pasticciato. A dispetto del titolo, Rovatti dice che non è possibile rinunciare alla verità e che, anzi, è necessario «abitare la verità». E in che modo? Non lo sa nemmeno lui: la scuola si presenta come un coacervo d’interventi «rivolti a diverse direzioni», per studiare i «contesti del vero e del falso», della «verità rispetto agli altri», del «carattere insulare della verità».

Persino l’intervistatrice (Mary B. Tolusso) rimane basita davanti a tanto caos, e chiede: «Un tema molto attuale e complesso, non rischia di essere banalizzato?». Niente paura, risponde Rovatti: saremo invasi da qualche tonnellata di libri, che vanno dal femminicidio al patriarcato, passando per la pedagogia della liberazione. Forse Rovatti è convinto che in questo modo potremo abitare la verità.

In realtà «Abitare la verità» di Rovatti è solo il primo dei tre cantieri in programma della scuola triestina. Ce ne sono altri due: «Quale verità?» e «Indizi di verità», a cura di altri brillanti filosofi. Vediamo di capirci qualcosa, anche perché finora s’è capito nulla.

Non bisogna rimanere – continua il filosofo – «a un’idea di tipo individualistico della verità». E qua nel lettore nasce la speranza che sia finalmente considerato il dato oggettivo e reale della verità. Ennesima delusione, che proviene dal secondo cantiere: la verità individuale è sbagliata non perché è dissociata dal reale, ma perché porta «elementi di autoritarismo». Cioè chi dice il vero è giocoforza un insolente e arrogante autocrate. Per raggiungere la verità, allora, dobbiamo rapportarci con gli altri, in modo da affogare nel discussionismo perenne e nel bla bla dell’opinione.

Terza ricetta (e terzo cantiere): la verità va ricercata in modo poliziesco, ad esempio mediante la letteratura. Va ricercata – beninteso – perché non la si troverà mai. E quindi come faremo ad «abitare la verità»?

È per questo, dice Rovatti, che il titolo della scuola è Quel poco di verità (concetto legato a Foucault): la verità non si può mettere «lì tutta quanta», altrimenti diverrebbe «un elemento che comporta un gioco autoritario tra chi emette la verità e chi la subisce». Quel «poco» – insiste Rovatti – «è utile» poiché, se ce ne fosse troppa, «saremmo invasi dal carattere autoritario della verità».

Eccoci all’approdo: la filosofia si è dissolta per il terrore irrazionale nei confronti della verità. La verità fa paura a questa pseudo filosofia, che si accontenta di un po’ di verità – ma senza esagerare.

Da premio Pulitzer l’ultima domanda dell’intervistatrice, che comprende perfettamente dove il filosofo vuole andare a parare: «Insomma, alla fine, ci sono tante verità?». Risponde Rovatti: «No. Ovvero: sì, ce ne sono tante», ma la via da seguire è quella dei cinici, che rimanevano in silenzio e facevano una «smorfia», per eludere la replica.

E allora tre o quattro millenni di sapienza – senza includere i periodi diluviano e antidiluviano – sono liquidati con tre o quattro battute, che vorrebbero convincere l’ingenuo lettore a frequentare la scuola di Trieste e che tale frequenza abbia a che fare qualcosa con la filosofia.

Niente più Parmenide, né Platone, né Boezio, né Tommaso. Perché perdere tempo con questi arroganti? Fate una cinica smorfia e accontentatevi di quel poco di verità che la Trieste fobosofica ha da darvi.

Silvio Brachetta
Direttore |  + posts

 

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