C’è qualcosa che non torna nello sciamanesimo moderno, rivalutato durante il Sinodo dell’Amazzonia, nel 2019. Sull’ultimo numero di Sette (Corriere della sera), lo sciamano Davi Kopenawa concede un’intervista per dire che «lo spirito della foresta è la cura». Ma lo spirito della foresta è la cura? Non sembra proprio. In Occidente, lo spirito della foresta è l’ombra, Pan, il mistero, la selva oscura, il cavaliere errante, Diana cacciatrice. Anche in Amazzonia, lo spirito della foresta sono le Amazzoni – le donne guerriere della mitologia greca.
In realtà Davi Kopenawa fa un’operazione ideologica, che rassomiglia più al ripiegare lo spirito della foresta sulla teologia della liberazione. Davi Kopenawa è uno Yanomami «diventato nel tempo sempre più noto a livello internazionale per il suo attivismo a difesa dei popoli indigeni e la salvaguardia della foresta». Kopenawa ce l’ha con la Chiesa rinascimentale che, durante la conquista portoghese del Brasile, ha introdotto nella cultura indigena il concetto spurio di «spirito». E fu un male, perché gl’indigeni erano assai più terra terra: io – dice Kopenawa – «ho difeso lo xapiri della terra, gli xapiri della foresta. Xapiri, per il popolo Yanomami, è molto importante e non è uno spirito. Lo xapiri garantisce la nostra salute, se ne prende cura».
Lo sciamano dice una banalità. È ovvio, cioè, che la predicazione cristiana introduca la categoria dello «spirito», che va a sostituire l’immanentismo pagano: il regno dei Cieli sta nella trascendenza. Lo xapiri, come qualsiasi altro elemento pagano di qualunque cultura, è fortemente tellurico e «usa la forza della natura, della terra, della foresta, della montagna e la forza dei vari elementi che esistono nel tempo dell’universo» come «medicina». Kopenawa obietta: «ma per i Napë, i non indigeni, comprendere lo spirito della foresta non penso sia molto facile». E invece non c’è nulla di più facile. I cristiani sono i pagani convertiti: conoscono tutto, ma proprio tutto, del paganesimo da cui provengono, così come i missionari del XVI secolo, che predicavano l’abbandono della mentalità mondana, in cui Kopenawa è ancora totalmente immerso.
Lo sciamano poi pare contraddirsi e usa senza problemi la categoria dello «spirito»: «Penso che per capire meglio, [i non indigeni, ndr] debbano usare il concetto di spirito. Spirito della foresta. Dov’è lo spirito? Spirito, xapiri, è nella foresta, nelle montagne, nelle rocce, nel fiume, nel mare…». Ma non si contraddice affatto: si tratta della spiritualità pagana, che non sa e non può trascendere il mondo: «Xapiri è nato insieme all’universo, insieme alla terra, insieme a Omama, il creatore». E dunque gl’indigeni hanno sì un creatore, che però è simile al dio del panteismo, materiale tanto quanto l’universo, della stessa sostanza della creatura.
Non sono dunque i missionari cristiani a non aver capito gl’indigeni, ma sono gl’indigeni che non sanno e non vogliono cogliere il Dio cristiano della conversione, dell’umiltà, del pentimento.
Non è strano, allora, che lo sciamanesimo sposi la moderna ideologia ecologista, appiattita su di una dimensione terrena e mondana. Le «parole dell’ecologia» – scrive infatti Kopenawa in un suo libro – «sono le nostre antiche parole». Tutto torna. L’ecologismo è null’altro che un paganesimo moderno, pregno dello spirito del mondo.
Le parole dello sciamano sono state introdotte, nel corso del Sinodo amazzonico, anche nel magistero della Chiesa, dove l’attenzione è tutta rivolta alla «terra», alla nostra «casa comune».
Dice appunto lo sciamano, nell’intervista, che «la Terra è un solo pianeta» (da notare che Terra è in maiuscolo), ripetendo un’ovvietà allo scopo d’introdurre il programma livellatrice ecologista. Il nemico, dunque, è l’uomo bianco missionario, che si è permesso di contraddire il paganesimo indigeno e la mentalità mondana. E difatti, incalza l’intervistatore, la «visione del mondo» di voi indigeni «è diversa da quella dei conquistatori».
Con questi argomenti – gli alberi, gli uccelli, lo spirito della montagna, la parola sussurrata, la tenerezza, la connessione tra terra e foresta, l’artigianato, lo spirito ancestrale – Kopenawa vorrebbe combattere contro i devastatori bianchi della foresta amazzonica che, senza troppi scrupoli, abbattono ettari su ettari di boscaglia.
Non comprende che i devastatori sono pagani quanto lui e che la devastazione nasce nella mente dei superbi, dei ribelli, dei mondani, degli atei. Kopenawa insiste con il solito richiamo alla conoscenza: i bianchi non conoscono lo sciamanesimo, la nostra cultura, lo spirito ancestrale, il nostro popolo. Lo conoscono perfettamente, ma lo disprezzano, preferendo la speculazione e la ricchezza allo spirito ancestrale. Devastazione e paganesimo vanno concordi. La cultura indigena (americana, africana o asiatica) è una forma di pensiero tribale, che si fonda sulla guerra tra le comunità indigene e sul cannibalismo: gli dei della terra sono assetati del sangue dei sacrifici umani. Nelle culture dell’America precolombiana, ad esempio, non c’è spazio solo per lo sciamanesimo, ma anche per la pratica di culti disumani.
Pensa davvero Kopenawa di combattere l’estrazione mineraria selvaggia, la caccia di frodo e la speculazione agraria dicendo che «noi, il fiume, la foresta, la caccia, la salute, la nostra lingua, i nostri costumi, la nostra cultura, siamo tutti in un unico bacino»? Pensa di combattere la corruzione con l’arte e con le mostre di pittura? Ognuno vive delle sue illusioni. Ma il nemico non è l’uomo bianco o l’uomo rosso.

Silvio Brachetta
