Celebrazione di Ognissanti, tra lux e umbra.

Tra i diversi modi d’intendere il composto umano, cioè l’essenza della sua natura, è suggestivo quello che lo suddivide in corpus, anima e umbra – corpo (soma), anima (psyché), ombra (ochema).

Nel corpo è facile riconoscere la parte terrena e mortale. Nell’anima, secondo una certa prospettiva scolastica medievale, si riconosce una realtà rivolta al corpo e un’altra (superiore) volta a Dio. Quella superiore si potrebbe esprimere con mens (mente, nous). Ma proprio perché la parte eccelsa dell’anima è volta a Dio, c’è in essa una qualche dimora nascosta, ombrosa, a cui non si può accedere, poiché fa parte del mistero.

E dunque l’uomo è anche umbra – ombra – che lo nasconde a se stesso e agli altri, quanto alla conoscenza, ma non lo nasconde a Dio, il quale abita nella stessa oscurità spirituale.

Le due festività complementari – giorno dei santi e giorno dei morti – non possono che essere la celebrazione del mistero e dell’ombra, che si adatta completamente alla luce di Dio, ovvero a quella zona eccelsa dove il Creatore incontra e sposa la creatura.

È per questo che il tutto avviene (la celebrazione, dico) alla penombra dell’autunno e dell’inizio di novembre. Penombra è l’uomo, penombra è Dio nel suo mistero, fino al giorno della luce, che è il giorno eterno della parusia.

Non a caso la speranza si accosta all’oltretomba, il mistero allo svelamento, il pianto lugubre al pianto commosso, il cimitero (kemeterion, dormitorio) alla necropoli (città dei morti). Poi si avrà la città di Dio, ma prima è attesa la morte che separa, nello scambio nuziale tra gli spiriti, dei vivi e dei morti.

Dio è Dio dei vivi non dei morti, come dice il Maestro. Ma la terra ora geme nei pressi dei sepolcri e delle nebbie. Le tombe restano immobili a sigillo del sepolcro, cioè di colui che dorme sepolto. La tomba è tumba, tymbos, ovvero il tumulo innalzato sopra il cadavere. Ma è anche il modo scelto da Dio per dare all’uomo la santità e l’immortalità.

Ci accostiamo, allora, al sepolcro nella rassegnazione e nella penombra, conoscendo tuttavia la strada alla vita, che è là dove non vorremmo. Già sappiamo che il santo è il kadosh, il distaccato, il separato, da tutto quello che è finitudine, parzialità, limite.

L’accesso all’immortalità è oltre la porta del pathos, in questa stranezza che succede una sola volta nella vicenda di una persona e poi non più, per sempre. I santi furono morti, i morti sono già santi: ci uniamo a loro nella penombra, nelle fresche stanze del pomeriggio, dietro tende bianche sollevate dal vento.

Silvio Brachetta
Direttore |  + posts

 

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