Lo credereste? Walter Kasper ne ha fatta, forse, una buona. Persino migliore dei pontefici Leone XIII e Pio XII. O almeno – se non proprio Kasper in persona – il suo gruppo di lavoro.

Fino al 1988, l’allora professore all’Università di Tubingen ha guidato la redazione del pronunciamento dal titolo L’interpretazione dei dogmi, poi convalidato nel 1990 dalla Commissione Teologica Internazionale, con l’autorizzazione dell’allora card. Joseph Ratzinger.

Siamo in piena era wojtyłana e qualcuno si accorge (Deo gratias) che l’interpretazione delle Sacre Scritture può condurre a un equivoco mortale: si potrebbe cadere – e difatti si è caduti – nel mostruoso gorgo del «circolo ermeneutico», una sorta di Idra, dalle cui teste tagliate ne risorgono altre, più malefiche. Se m’inoltro nelle sabbie mobili del «circolo ermeneutico» non verrò mai a capo del senso vero di un testo (dogma o testo sacro che sia) perché la mia interpretazione sarà sempre viziata da una pre-comprensione, che ho dentro e che va a modificare il significato originario.

E di nuovo, poiché mi ritengo lontano dalla verità, quello che ho interpretato lo reinterpreto ancora, con la stessa pre-comprensione iniziale: mi ritrovo, infine, in un gorgo ermeneutico che gira di continuo a mulinello e non approda mai a nulla di certo. Stefano Fontana, a questo proposito, ha più volte scritto di una sostituzione tutta moderna del «paradigma metafisico» con il «paradigma ermeneutico», nel quale si sarebbe impantanata la nostra epoca.

Ecco, L’interpretazione dei dogmi, ha pure molti limiti, sui quali ora non mi dilungo, ma sembra abbia posto una questione essenziale.

Il magistero – il Concilio di Trento, in particolare, come anche il Concilio Vaticano I e, quanto ai pontefici, la Providentissimus Deus di Leone XIII e la Divino Afflante Spiritu di Pio XII – hanno, da un lato, affermato che c’è un unico senso delle Scritture e dei dogmi (tenuto dalla Chiesa) ma, dall’altro, hanno promosso e supportato l’incremento della scienza esegetica con crescente entusiasmo. E gli esegeti non si sono certo fatti pregare.

Abbondano, in Leone XIII e in Pio XII frasi di questo tenore: «[…] difendere i Libri divini e cogliere il senso di essi»; «[…] per investigare e trovarne il senso genuino […]»; «una più ampia cognizione e intelligenza» dei Libri sacri; «con più accuratezza interpretare le Sacre Carte»; «ogni dì più a fondo comprendere […] la parola di Dio». Sembra quasi, a una lettura superficiale, che la Chiesa debba ancora comprendere, con l’aiuto degli esegeti, il senso autentico della Scrittura. Così non è, ma il troppo entusiasmo alle volte è traditore.

Leone XIII dichiara poi che «non vi è alcuno che possa vantare di conoscere nel preciso senso tutte le Scritture». Ed è vero, sacrosanto. Ma non è vero per la Chiesa cattolica romana, che tiene l’unico senso delle Scritture e giudica di ogni interpretazione privata (Vaticano I). L’intenzione dei due pontefici era del tutto (e con tutta evidenza) teso a circoscrivere il fenomeno della falsa esegesi, ovvero di quell’ermeneutica che non si piega al giudizio della Chiesa e dell’interpretazione secondo il senso dell’autore (Dio).

Il risultato, ahimè, fu l’opposto delle intenzioni del magistero: l’esegesi si mutò in opinione, l’opinione in contestazione, la contestazione in errore palese. Non ci si può stupire, allora, se Papa Francesco abbia risposto ai Dubia dei cardinali dicendo che «reinterpretare» la Scrittura va benissimo, se s’intende «interpretare meglio». E nemmeno può esserci stupore se il Concilio Vaticano II se ne esca (nella Dei Verbum) con l’affermazione secondo cui è necessario che «maturi il giudizio della Chiesa».

Con grande ritardo – il 1990, appunto – la Commissione Kasper/Ratzinger denuncia il grave pericolo del cementarsi di un equivoco secondo il quale la Chiesa, in fondo, sarebbe ancora alla ricerca dell’unico e vero senso delle Scritture e dei dogmi. Niente di più errato, scrive il gruppo di un irriconoscibile Kasper: «il Concilio [Vaticano I] insegna che, per ciò che riguarda i dogmi, si deve mantenere il senso definito una volta per tutte dalla Chiesa». Da notare il modo perentorio delle parole: «si deve mantenere il senso definito una volta per tutte dalla Chiesa». Ripeto per la terza volta: «si deve… il senso definito una volta per tutte…». È chiaro?

E allora cos’è tutta questa foga ermeneutica? E poi cosa c’è da interpretare meglio, se nemmeno si conosce l’interpretazione di un sant’Agostino o di un san Girolamo, caduti nel lago della dimenticanza? Ma davvero c’è qualcuno, oggi, in grado d’interpretare meglio di sant’Agostino? Ancora non è chiaro che il Kasper del 1990 non è più il Kasper di Amoris Laetitia (sempre ci sia stato un Kasper del 1990)?

Di più: per l’interpretazione non basta la scienza o l’esegesi, ma è necessaria la santità, l’umiltà. Dice Gesù che «lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa», certamente. Ma quel «vi» è riferito ai santi, non ai dottorini del Sitz im Leben o della Weltanschauung.

Silvio Brachetta
Direttore |  + posts

 

1 commento su “In che «senso»? Le sabbie mobili del circolo ermeneutico”

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