Massimo Cacciari, quasi trent’anni fa, invocava1 il realismo politico per riconoscere la fine dell’«epoca degli stati nazionali». Lo diceva nel 1994, nel pieno delle guerre secessioniste che hanno smembrato la Jugoslavia2.
Però lo sguardo di Cacciari fu più ampio e coinvolse l’intero XX secolo: «Non v’è dubbio – disse – che ci siamo risvegliati da quel sonno della ragione il quale ci faceva illudere che, crollati gli imperi, la gente sarebbe corsa ad abbracciarsi, perché erano costretti da dittature feroci». Al contrario – aggiunse – «sono corsi ad ammazzarsi, come era anche troppo prevedibile».
Cacciari parlava del crollo degli ultimi imperi d’inizio secolo, a seguito degli eventi della Prima Guerra Mondiale. Nel primo ventennio del Novecento, quattro imperi sono stati cancellati dalla storia: austro-ungarico, tedesco (secondo Reich), russo e ottomano. E con il sorgere della Società delle Nazioni ci s’illuse dell’avvento di una sorta di paradiso in terra, dove le democrazie moderne avrebbero tenuto a freno guerre e discordie. Ma la storia prese la direzione opposta. Niente pace e stabilità, se non per breve tempo, com’è noto: al loro posto una nuova guerra mondiale, l’imporsi di dittature sanguinarie e scontri armati a non finire, fino ad oggi.
Cacciari ha poi parlato, più in dettaglio, del «processo secolare di dissoluzione delle grandi entità statali centralistiche», ovvero del «vecchio Stato». È singolare l’uso dell’aggettivo «vecchio» nei confronti dello Stato nazionale, da parte di un uomo della modernità. Eppure, nonostante l’acume, Cacciari ha il limite di osservare la «dissoluzione dello Stato unitario» in una miriade di «statarelli», proponendo la soluzione federalista, molto in voga dopo la formazione della Lega Nord per l’indipendenza della Padania (tra il 1989 e il 1991). In ogni caso, oltre la questione del federalismo, è lo stesso Cacciari a comprendere che l’obiettivo dei poteri forti di allora (nel 1994), così come di quelli d’inizio secolo, non era la frammentazione, ma la visione globale del potere: la dissoluzione del vecchio Stato sarebbe, infatti, stata architettata dai «grandi fenomeni d’internazionalizzazione dell’economia» e dai «grandi fenomeni d’internazionalizzazione della ricerca tecnologica, scientifica e finanziaria».
A parte cioè le spinte nazionalistiche e centrifughe, l’intenzione delle superpotenze e dei gruppi della finanza fu unitaria e centripeta. E dove c’è l’ideale di unità è facile trovare affinità all’impero. Lo stesso concetto di globalizzazione – neologismo che richiama tutt’altro che la frammentazione – sembra avere una lunga genesi: ci sarebbe, secondo alcuni autori, una «globalizzazione arcaica» (dal XIII al XVIII secolo), una «proto-globalizzazione» (dal XVIII al XIX secolo) e una «globalizzazione moderna» (secoli XX e XXI)3. Anche la globalizzazione è figlia di una mentalità affine a quella imperiale. Non fugge dalla mentalità globalista e imperiale neppure il social-comunismo, che ha sempre tentato l’utopia dell’Internazionale. È sorprendente, in questo senso, l’accusa d’«imperialismo» verso l’Occidente liberale, da parte del blocco socialista. L’aspirazione all’orizzonte internazionale fu condivisa dal nazi-fascismo, alla ricerca di un nuovo impero o di un nuovo Reich.
L’impero è prima di tutto una forma mentale, congenita alla natura umana: l’imperare latino è null’altro che il comandare. Ma l’impero è vasto e rimanda ad un orizzonte infinito, così come il potere, temporale o meno, ha la stessa estensione della giustizia, della carità o di altre virtù. Questa estensione è di non averne alcuna, poiché illimitata. Per questo motivo l’idea della virtù – l’idea del bene, in particolare – non può che essere posta da Platone in una dimensione iperurania e, dal cristianesimo, nello stesso luogo dove abita Dio. Le virtù hanno una radice infinita e divina: non possono avere estensione, se non quella dell’ápeiron4. Il potere non ha motivo di essere separato da questo concetto e, di fatto, si presenta sempre alla realtà della storia come collegato alla volontà umana insoddisfatta. La virtù non si può soddisfare, perché è posta in una creatura finita, ad immagine e somiglianza del Dio infinito.
Lo Stato nazionale, in fondo, è un piccolo impero e sembra porre un limite spaziale a ciò che non può avere limite, all’assoluto. Ma il sovrano cerca sempre di ottenere il risultato che ottenne Carlo V: «In meinem Reich geht die Sonne niemals unter», «Sul mio impero non tramonta mai il sole». O anche «sul mio regno»: il tedesco Reich si traduce anche con «regno» e «stato». In questo quadro, oggi non è per nulla strana l’emulazione di Russia e Cina nei confronti degli USA, nel contendersi il ruolo di superpotenza. Dismessi i panni dell’Internazionale, il socialismo reale si riveste dell’imperialismo che ha sempre condannato. Tutto questo non sembra forse anacronistico? Non era sufficiente lo Stato nazionale (sorto durante il Rinascimento e approdato al Novecento) a frenare e circoscrivere la brama di potere?
La critica allo Stato nazionale è vecchia almeno di un secolo, anteriore al primo conflitto mondiale e alla dissoluzione degli ultimi imperi. Santi Romano5, nel 1909, constata l’«assalto dell’edificio costituito dallo Stato moderno»6 sorto, specialmente, a seguito della Rivoluzione francese. A differenza dello Stato medievale, carente di unità e composto da parti in lotta tra loro – dice Romano –, lo Stato moderno «riduce ad unità gli svariati elementi di cui consta», senza confondersi con essi. Segue l’elogio di un tale tipo d’istituzione la quale, «persona immateriale, ma pur reale», è laicamente estranea a tutte le persone in carne e ossa che fanno parte dello Stato (re compreso) e, per questo motivo, garante di equità e giustizia.
Se però la Rivoluzione francese ha dato la fisionomia allo Stato che conosciamo, ne ha pure tagliato le fondamenta, sin dall’inizio. Già nel 1791 crolla in Francia uno degli elementi portanti della società, cioè la funzione copulativa dei corpi intermedi. Sono sciolte tutte le corporazioni d’arti e mestieri e viene proibita la loro ricostituzione sotto qualsiasi forma. Romano ricorda che la Rivoluzione ha brutalmente posto il singolo cittadino di fronte allo Stato, senza mediazione alcuna.
Ma quale cittadino? Quello «in apparenza armato di una serie infinita di diritti enfaticamente proclamati e con non costosa generosità largiti, ma nel fatto non sempre protetto nei suoi legittimi interessi». Da questa situazione paradossale ne è seguita un’altra: con il secolo XIX e con la rivoluzione industriale sono risorti di prepotenza i corpi sociali intermedi. Questa volta, però, non in armonia con lo Stato, ma contro di esso. Sta di fatto che con le nuove «federazioni o sindacati di operai, sindacati patronali, industriali, mercantili, di agrari, di funzionari, società cooperative, istituzioni di mutualità, camere di lavoro, leghe di resistenza o di previdenza», proprio per l’intrinseco carattere rivoluzionario, divampa la lotta sociale. Se il fenomeno del risorgere delle corporazioni e sindacati non ebbe sempre il «carattere di opposizione», ebbe comunque «quello di indipendenza».
Romano ha un punto di vista laicista e non menziona la Dottrina sociale della Chiesa, se non per ricordare che la Rerum Novarum di Leone XIII fu «decisamente favorevole al sistema corporativo». E, sulla base del suo Discorso, non è stata affrontata la questione di come questo «sindacalismo integrale» abbia compromesso lo Stato nazionale, che Romano vede sempre con eccessivo entusiasmo.
Via libera, allora, al pensiero di Pierre-Joseph Proudhon7, secondo cui è giustissimo che il «diritto economico» (proprio dei sindacati e delle mutue) si sovrapponga e prevalga sul «diritto politico» dello Stato. Il Proudhon, citato da Romano, al posto dell’astratta sovranità dello Stato, preconizzò
«una sovranità effettiva delle masse lavoratrici regnanti, governanti, dapprima nelle riunioni di beneficenza, nelle camere di commercio, nelle corporazioni d’arti e mestieri, nelle compagnie di lavoratori, nelle borse, nei mercati, nelle scuole, nei comizi agricoli, e finalmente nei comitati elettorali, nelle assemblee parlamentari e nei consigli di Stato, nelle guardie nazionali, e persino nelle chiese e nei templi».
Non è strano, sotto questa luce, l’affermarsi dello strapotere dell’economia (o meglio, della finanza) nella storia contemporanea – e non solo nella forma marxista, ma anche liberal/liberista. Romano si chiede allora quale sia mai il ruolo dello Stato che la rivoluzione sindacale vuole imporre. E si risponde: solo quello di controllare i confini e sorvegliare la vita sociale. Non dunque la nascita, la cultura o l’ideale, ma «un fiume o una montagna dovrebbe determinare la coesione dei singoli individui, che meglio resterebbe fondata sulla forza produttiva, sul mestiere, sull’attività economica».
Da parte sua lo Stato del suo tempo ha colpevolmente rinunciato a regolare il ricostituirsi del corporativismo, che in sé sarebbe necessario. Non solo, ma si è deteriorato nella sua stessa essenza politica. Romano, già nel 1909, si accorge di un altro strapotere, mai contrastato a sufficienza: quello dei partiti politici. Anzi, del deterioramento della rappresentanza politica, coagulatasi in partito politico. Romano lamenta l’assenza di un vero rapporto di rappresentanza tra eletti ed elettori. Al principio democratico rappresentativo «non si è attribuito che un valore negativo», ovvero il solo contrasto all’aristocrazia e al principio regio, per evitare che uno o pochi comandassero sui molti.
Ma su ciò che realmente avrebbe dovuto essere un partito politico di rappresentanza si è deciso poco o nulla, proprio a cura del soggetto a cui competeva la decisione: lo Stato nazionale. E quindi è sorto nella storia un ennesimo paradosso: «gli attuali sistemi elettorali sono assai mediocri espedienti, preferibili al sistema dell’estrazione a sorte, adottato da qualche antica democrazia, per esempio, da quella ateniese, ma pur sempre di molto inferiori allo scopo che vorrebbero proporsi». E ancora:
«La così detta volontà popolare ha assai poche probabilità di trovare nei parlamenti il suo fedele oracolo, quando l’eletto è, per il tempo che intercede fra un’elezione e l’altra, indipendente dai suoi elettori; quando ad una organica rappresentanza delle minoranze non riescono né i vari meccanismi all’uopo poco fruttuosamente escogitati, né il più semplice, ma più empirico sistema della specializzazione del popolo in collegi; infine quando i rappresentati son migliaia di persone casualmente raggruppate, ma distinte per modo di pensare, per interessi, per cultura e quindi per divergenti volontà».
Il sistema partitico è, secondo Romano, un meccanismo eterogeneo privo di razionalità. Lungi dal servizio di rappresentanza popolare che avrebbe dovuto proporre, va ad aggiungersi alle corporazioni come ulteriore elemento di crisi dello Stato nazionale.
Il Discorso di Romano è acuto per la via della lungimiranza, che previde un’esistenza dello Stato nazionale prolungata nel tempo. Gli elementi della destabilizzazione non solo non sono stati rimossi, ma si sono consolidati nei decenni. L’imperialismo attuale, che ha divelto i confini occidentali per radicarsi in Oriente, si regge sulla base di un’oligarchia politica, mascherata da rappresentanza popolare (e in Cina nemmeno quella), associata ad interessi di natura quasi interamente economica.
Ciò che resta della cultura è demandato ai media, dove regna la confusione e l’asservimento. A differenza degli imperi antichi, cementati dalla fede e dalle tradizioni nazionali, il mondo moderno è cementato dal conformismo, che s’insegna nelle scuole fin dall’infanzia. Sorgono solo concetti universali che fanno da contenitore, ma privi di contenuti: globalismo, laicità, uguaglianza, parità e termini affini. La vera guerra si combatte nei settori economici, sulle vie della seta, sul vantaggio tattico. Esistono sì gli stati e le religioni, ma solo nella misura in cui trovano posto in uno dei contenitori, sovranazionali e preconfezionati dall’imperatore di quel certo settore del globo.
NOTE
1 Al Meeting di Rimini, nella conferenza dal titolo: “Dal pensiero debole ai nuovi nazionalismi”, 22/08/1994.
2 Le guerre jugoslave (1991-2001) hanno posto fine all’esistenza della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (1945-1992) e al sorgere degli stati nazionali di Slovenia, Croazia, Serbia, Kosovo, Bosnia-Erzegovina e Macedonia.
3 Suddivisione rinvenibile, in particolare, nei lavori di Martell, Hopkins, Bayly, Wolf, Faiola e Figini.
4 Ἀπείρων: «senza limite», nel senso di «infinito», «illimitato» o «indefinito». Secondo Anassimandro l’ápeiron è l’arché, il principio fondante l’universo.
5 1875-1947. Giurista, magistrato e politico. Ha proposto un’originale teoria istituzionalistica del diritto.
6 Santi Romano, Lo Stato moderno e la sua crisi. Discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico nella R. Università di Pisa, Tipografia Vannucchi, Pisa, 04/11/1909. Questa citazione e le successive sono tratte da quest’opera.
7 1809-1865. Economista, filosofo e politico francese, molto vicino al socialismo e all’anarchismo.

Silvio Brachetta
