Non avevo mai capito la fenomenologia, fino alla lettura di Dietrich von Hildebrand, di cui adesso dirò quasi niente. Non c’è proprio stato verso. Avevo capito, a spanne, gli autori contorti e difficili. Avevo capito, a spanne, dove voleva andare a parare Kant. Kant? Ah, sì: prima di parlare di conoscenza, bisogna studiarne le premesse. Kant? Ah, sì: la vera conoscenza si ottiene attraverso i giudizi sintetici a priori, attraverso la critica. Qualcosa era rimasto.
Avevo capito, sempre a spanne, dove voleva andare a parare Hegel. Hegel? Ma certo: la sua dialettica fondata su tesi e antitesi, che vanno a sintesi. Hegel: Ma certo: quello che ha sostituito lo spirito del singolo con lo spirito universale (molto a spanne). Eccetera.
Ma la fenomenologia? Dove voleva andare a parare Edmund Husserl? O gli autori prima di Husserl? Tenebra completa. Buio. Nulla. Nemmeno a spanne.
Avevo provato di tutto. Manuali scolastici di filosofia, testi di Edith Stein, testi di Simone Weil, internet, studi accademici, videoconferenze. Mi ero persino avventurato a leggere qualche riga di Husserl, con risultati disastrosi, vista la mia inadeguatezza logico-razionale e vista la mia avversione alla parlata difficile dei filosofi moderni. Difficile e contorta non per intelligenza, ma per puro spirito di confusione. Non era rimasto niente di Husserl, ma proprio niente, solo confusione.
Avevo letto di una certa dottrina che non era tanto una dottrina, ma un metodo. Ci capite qualcosa fino a qua? Io nulla. Avevo poi letto di una certa epoché da mettere tra parentesi. Ma che cavolo è l’epoché e perché poi la si dovrebbe mettere tra parentesi?
Alla fine ho capito che l’epoché è la sospensione del giudizio, o qualcosa del genere. E perché si dovrebbe sospendere il giudizio? Dovevo smettere di pensare, alla faccia di Kant? A che scopo? Ma che roba è? Buio fittissimo.
Gran finale: mettendo tra parentesi l’epoché, sarei finalmente «tornato alle cose». Ma perché? Chi mai si era allontanato dalle cose? Finora, per voi, tutto chiaro? Per me era tutto oscuro. Neanche una minima intuizione.
Ciò che più mi mortificava era che i discepoli di Husserl (solo quelli a mia conoscenza) erano entusiasti del maestro – in un primo tempo almeno – e la fenomenologia gli aveva risolto la vita. Conoscevo solo (più di nome, che di studio) santa Edith Stein, Heidegger, Derrida e Lévinas. Ignoravo l’esistenza di Dietrich von Hildebrand, morto nel 1977, che mi avrebbe risparmiato molta fatica.
Come incontrai la fenomenologia
Proprio in ossequio al pensiero di von Hildebrand, per dire due o tre cose sulla fenomenologia non posso cominciare da von Hildebrand. Come infatti von Hildebrand ha cominciato dal suo maestro (Husserl) io devo cominciare dal mio: un operaio edile bestemmiatore e adultero, di cui dirò tra poco. Perché, solo quanto alla fenomenologia, a von Hildebrand (o alla Stein) è capitato Husserl e a me un operaio bestemmiatore? Perché Dio non fa preferenze e non manda mai né i migliori, né i peggiori, ma solo quelli che Lui vuole mandare, a chi vuole e nelle circostanze che preferisce.
Così, dunque, incontrai la fenomenologia, in maniera inconsapevole, anni prima di conoscere e leggere von Hildebrand.
Nel mio lavoro (progettista d’impianti edili), con cui sbarco il lunario, è necessario il disegno tecnico al computer. Per disegnare, ad esempio, la pianta del piano di una casa, porto l’immagine catastale della pianta in questione nel foglio elettronico dell’apposito programma di disegno (CAD) e la ricalco con linee colorate. Alla fine ottengo la copia elettronica della pianta – modificabile e stampabile – pronta per essere utilizzata come base di progetti o modifiche edili.
Ma non basta disegnare: la pianta catastale potrebbe essere stata disegnata male, non conforme allo stato reale. Dopo averne fatto la copia su CAD, quindi, si stampa la pianta, ci si reca sul posto, si misura l’ampiezza reale delle stanze e lo spessore reale delle pareti, le si annota sulla stampa, si torna in ufficio e si corregge la copia – di modo che la copia sia più corrispondente possibile allo stato geometrico della casa in natura, cioè nella realtà. È un lavoro di adeguamento (adaequatio) dell’intelletto alla cosa. Il disegno è il phantasma della cosa, mentre la casa di mattoni è la cosa: la cosa è il fondamento di ogni phantasma.
Un giorno mi capitò di disegnare due piani di una casa. Feci la stampa, ma non andai a prendere le misure. Ci andò invece mio fratello, assieme a un muratore assai antipatico: un suo compagno di scuola, divenuto operaio edile, scaltro, pratico, pieno di sé, avverso alla religione, anti-clericale, bestemmiatore seriale e donnaiolo impenitente. Cioè un peccatore come me, ma meno elegante di Husserl.
Presero le misure e mio fratello me le riportò. Cercai di correggere il disegno, ma ci fu qualcosa che andò storto. Toglievo centimetri ad una stanza e quella adiacente s’ingrandiva troppo. Oppure allargavo il vano scale e si riducevano troppo i locali di confine. Ho persino cambiato le misure del perimetro totale. Nulla. Non c’era verso di ottenere uno stato reale dell’appartamento. Avevo appena incontrato la fenomenologia, senza saperlo. Ma quale errore stavo facendo?
«Non dare nulla per scontato»
Nell’impossibilità di completare il lavoro, ne parlai con mio fratello, ma nemmeno lui ci capì qualcosa. Disse allora di contattare l’operaio suo amico e d’invitarlo in studio. Ci sedemmo assieme al computer e gli dissi: «vedi? Tolgo qua e si allarga là, allargo qua e si toglie là». Al che mi diede la fatidica risposta, poiché aveva subito afferrato il problema: «non dare nulla per scontato: metti le misure che ho preso assieme a tuo fratello, parete per parete, e non ti curare di altro, zuccone».
Dopo alcune correzioni, diedi la fatidica obiezione anti-fenomenologica, segno che non avevo capito nulla della fenomenologia (e nemmeno della conoscenza): «ma è assurdo, non vedi che i muri vengono storti? Oppure c’è un muro di uno spessore e un altro più sottile: e questo non può essere».
Cos’era successo? Durante gli studi scolastici, nel processo di conoscenza delle cose e delle case (oggetto che si pone ai miei sensi), ho avuto un primo atteggiamento di umiltà, riconoscendo l’esistenza di una realtà oggettiva che io non avevo posto (le case, appunto), ma che mi si poneva, non di mia iniziativa. Questo è il primo momento della conoscenza, che va dalle cose al soggetto che le vuole conoscere.
L’atteggiamento di umiltà è proseguito, sempre durante gli anni di scuola: sono «salito sulle spalle dei giganti» (i grandi architetti o sapienti del passato, secondo una sentenza medievale) e, con il loro aiuto, ho penetrato i rudimenti dell’arte edile. Questo è il secondo momento della conoscenza, che va dal soggetto e ritorna alle cose. Pensavo che la conoscenza delle case fosse finita qui.
C’è, al contrario, un terzo momento, dove è di nuovo richiesta l’umiltà – che corrisponde al ritorno finale dalle cose al soggetto – del quale momento non sapevo nulla e senza il quale non si può ottenere la conoscenza secondo verità.
La scienza edile, applicata alle abitazioni popolari, non ammette eccezioni – proprio in quanto scienza fondata su princìpi generali. E la scienza è questa: le stanze devono essere sempre quadrate o rettangolari, non ci sono muri obliqui, tutti i muri interni devono essere del medesimo spessore. Questo schema mentale è necessario alla conoscenza, ma può anche essere un ostacolo ad essa, nella fase finale, perché non prevede l’errore, l’inventiva del costruttore, gli imprevisti e qualsiasi altro elemento che va a rendere difforme la casa reale costruita rispetto alle regole dell’arte muratoria.
Io non potevo completare il disegno, perché quello che pensavo della realtà (arte edile), anche se utile alla comprensione, da strumento di umiltà, era divenuta uno schermo impenetrabile di supponenza – per cui non potevo disegnare i muri storti perché, secondo la mia presunzione, i muri non potevano essere storti. E invece il criterio ultimo della conoscenza è sempre la res, la cosa, la realtà (nel mio caso la casa reale). La vera conoscenza deve sempre avere un’ultima verifica sulle cose stesse.
Epilogo della vicenda: rifeci il disegno stanza per stanza, questa volta dando la priorità alle misure (cioè alla realtà). I muri li disegnai storti e di spessori diversi, segno dell’improvvisazione del costruttore, ma alla fine il disegno combaciò alla perfezione con lo stato in natura della casa. Avevo appena raggiunto la verità sulla forma di quell’appartamento e completato l’adaequatio rei et intellectus («la verità è l’adeguamento tra la cosa e l’intelletto», altra sentenza medievale). Ero giunto alla conoscenza formale di quella casa asimmetrica e sghemba.
Soluzione dell’arcano
Solo anni dopo, con l’aiuto di von Hildebrand, potei mettere tutte le tessere del mosaico al loro posto.
Nel mio caso, l’epoché della fenomenologia fu l’arte muratoria (o edile). Utilissima per conoscere le case, per costruirle e per ristrutturarle, ma dannosa se usata come pretesto per non vedere le cose in natura (le case reali).
L’epoché non va affatto messa tra parentesi durante tutti gli anni di studio: per suo tramite impariamo a pensare, otteniamo una scienza. Ma l’epoché va eliminata quando diviene una rete fittissima, simile ai fili di una ragnatela – o a un grosso banco di nebbia – o a una cataratta bianca nell’occhio: tutte cose che coprono la realtà, se usate male.
Come allora togliere la ragnatela (solo per breve tempo)? «Tornando alle cose», come dice Husserl: usando cioè la cosa come discrimine finale della conoscenza. Finito però quel processo – nel mio caso, il disegno – l’epoché va subito recuperata e ampliata, per sempre più conoscere gli edifici e la scienza muratoria.
Compresi che sono tre, dunque, (non due) le porte dell’umiltà, senza aprire le quali non si può accedere al vestibolo della verità.
La prima porta si potrebbe dire quella sensitiva, e si apre quando il movimento va dalle cose ai sensi umani: c’è umiltà se il soggetto accoglie docilmente il mondo reale così come si presenta alla sensibilità e non si ostina a rigettarlo (ad esempio il bambino capriccioso che piange). È la fase della manifestazione dell’ente.
La seconda porta si potrebbe dire quella speculativa, e si apre quando il movimento va dal soggetto alle cose, per mezzo dello studio e del ragionamento: c’è umiltà se il soggetto non fa tutto da solo, ma si lascia aiutare docilmente dai «giganti» (le autorità, che hanno studiato prima di lui). È la fase analitico-scientifica (costruzione dell’epoché).
La terza porta è quella fenomenologica, e si apre quando il movimento torna dalle cose al soggetto, per mezzo della messa tra parentesi dell’epoché (conoscenze acquisite): c’è umiltà se il soggetto compara alle cose quello che sa già, non dando nulla per scontato, sotto la guida e il criterio delle cose, non del poco o tanto che lui sa. È la fase sintetico-riduttiva (reductio).
Questo è il primo di alcuni articoli su von Hildebrand, lasciato per il momento tra parentesi, in epoché.
I prossimo articoli saranno tutti dedicati a von Hildebrand e alla sua fenomenologia, finora solo accennata. Era necessario, come avrete almeno intuito, cominciare mettendo il grande filosofo e teologo tra parentesi, non presentandolo nemmeno.

Silvio Brachetta
