Lipoveni/3: Dynamis, regina dei Cimmeri

(…) Prima di Dynamis poche e scarne sono le notizie sui Cimmeri. Per dargli una collocazione possiamo dire che costituivano una parte delle tribù nomadi delle pianure asiatiche, sono dunque rimasti lontani sia geograficamente che culturalmente dall’Europa pur essendone alle porte. L’unico loro regno conosciuto dalla storiografia occidentale è quello del Bosforo Cimmerio di cui Dynamis fu regina all’inizio del primo Millennio. Un regno che si estendeva intorno alle foci del Don, fiume che attraversa la Russia e che gli storici romani chiamavano Tanai. Scorre su quelle che furono le terre di Dynamis. Lei fu una grande regina, in grado di adattarsi agli sconvolgimenti della Storia, di sopravvivere a tre mariti e di fondare una dinastia che durò per tre secoli. Secondo la storica Ilaria Romeo poi, Dynamis ebbe un ruolo così importante da essere ritratta nell’Ara Pacis augusteo, il monumento voluto dal primo Imperatore romano per celebrare la pace ritrovata sotto il dominio di Roma (lo potete visitare ancora oggi nella capitale italiana). Era un personaggio vip diremmo oggi: pur essendo stata regina di una regione lontana e semisconosciuta agli europei, compare in quello che è uno dei più importanti monumenti romani di sempre. E con tanto di diadema. Non come schiava dunque, ma come regina tra i re del mondo allora conosciuto. Un personaggio dunque all’altezza delle grandi sovrane del mondo antico come Bath-zabbai, o Zenobia, Regina di Palmira. La differenza tra le due fu che Dynamis e la sua dinastia rimasero sempre fedeli amici dei romani, mentre Zenobia fu una delle più fiere e indomite nemiche che la storia di Roma ricordi. Dalle sabbie siriane Zenobia cercò di creare un impero dichiarandosi erede di un’altra avversaria storica dei romani come Cleopatra, ma le andò male. Anche se rimase nella storia. Dynamis invece di Roma fu alleata e da questa amicizia trasse molti vantaggi. Il più importante fu senza dubbio quello di conservare il proprio regno e farlo prosperare pur se non senza difficoltà.

La vita di Dynamis – La vita di Dynamis fu abbasta tranquilla per i primi anni, quando entrò in età da matrimonio iniziarono i traumi. Nipote di Mitridate VI il Grande (la sua storia è lunga, ma basti l’appellativo per capire che è rimasto nei cuori di molti), non ebbe particolari preoccupazioni su come sbarcare il lunario. Né patemi sul futuro. Il padre Farnace però fu ucciso da Asandro, un suo governatore che, non contento, decise anche di prendere in sposa la figlia. Un comportamento abbastanza normale all’epoca, seppur sposare l’assassino di tuo padre non debba essere molto piacevole. La loro relazione proseguì senza scossoni fino alla morte di Asandro. E qui (16 a.C.) iniziarono i veri guai. Una buriana che Dynamis però seppe gestire con grande maestria, rendendola una delle donne più toste dell’Antichità. Iniziò con un tal Scribonio. Questo manigoldo decise che nella vita voleva essere re e si prese il regno alla vecchia maniera: con le armi e un matrimonio. La sventurata Dynamis fu dunque costretta a maritarsi nuovamente, ma con un poco di buono come questo avventuriero. In questo modo Scribonio pensava di aver compiuto una furbata: impalmando l’erede di cotanto nonno univa il suo sangue a quello reale e, pensava lui, legittimava l’usurpazione del potere. Uno schema simile a quello usato da Asandro e che oggi si ripete ancora oggi, anche se sostituito di solito da una gravidanza essendo il matrimonio passato di moda. Dynamis non era però una da stare a guardare e tantomeno Roma: allora era forte e poteva contare su alleati validi in tutto il mondo come il nobile Polemone I del Ponto. E siccome questo Scribonio proprio non piaceva ad Agrippa, inviò Polemone a rimetterlo in riga. L’operazione riuscì, e Tana fu distrutta nell’attuarla, con il supporto di Dynamis che si maritò per la terza volta con Polemone. E lei come riporta Giovanella Cresci Marrone seppe essere riconoscente al capo di Agrippa:


a Phanagoria, nel Bosforo Cimmerio, in località non lontana dalla palude Meotide e dunque avvertita dalla sensibilità geografica del tempo come posta all’estremità orientale dell’ecumene, si registra, intorno all’anno a.C., un altro caso di titolatura cosmocratica. Essa compare in una iscrizione apposta dalla regina Dynamis sulla base di una statua raffigurante Augusto: “La regina Dynamis (onora) l’imperatore Cesare Augusto, figlio del divino (Cesare), signore di tutta la terra e di tutto il mare, suo salvatore e benefattore”.

Tornando a Polemone e Dynamis c’è da dire che questo re venuto dal nord della moderna Turchia non piaceva proprio a questa indomita donna delle pianure asiatiche. Perciò scappò e tornò tra le tribù più a nord della Crimea, quelle originarie della madre, fiera donna sarmata. Trovò come campione Aspurgo, figlio di Asandro, che la liberò di quel Polemone che non le gustava e con lui riprese il controllo del regno cimmerio. Si sposarono, è da notare che per una volta Dynamis potette esprimere un parere in merito, e fondarono una dinastia che regnò fino al 341 dopo Cristo restando fedele alleata di Roma. Trent’anni dopo la fine di questo regno cadeva anche l’Impero Romano d’Occidente sotto i colpi delle invasioni barbariche. Intanto alle foci del Don si era aperta un’altra epoca: gli Unni cancellarono l’eredità di Dynamis e con questa i cimmeri dalla Storia. La vita di Dynamis dunque torna utile a noi per ricostruire questo pezzo di Storia dalle sue origini, ma anche a lei: speriamo infatti che questo libro serva a restituire almeno in parte il giusto posto nelle cronache a una donna come Dynamis. Di tante donne si parla, si è parlato e si parlerà ancora perché incontrano i gusti e le idee politiche del momento, ma l’esempio di questa regina ai confini del nostro mondo resta a nostro parere ancora troppo sottovalutato. Anzi, peggio: resta ignorato nonostante un’epica avventura dopo l’altra quando la vita delle donne era ben più difficile di quanto oggi si possa anche solo immaginare. Forse non ne trarranno mai lo spunto per un film, seppure se ne avrebbero tutti i crismi, ma almeno queste righe hanno cercato di renderle giustizia. (…)

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