Lipoveni/2: Tana e i greci

(…) Torniamo ai greci. Non sempre decidevano di trasferirsi nei luoghi ameni trovati in modo stabile, a volte sfruttavano solo le possibilità di fare affari creando insediamenti per scambiare merci. Questo successe inizialmente a Tana, alle foci del Don. Il posto non doveva essere dei più ospitali, esposto com’era alle invasioni delle grandi pianure russo-asiatiche popolate da nomadi guerrafondai come i sarmati, i cimmeri, gli unni, i mongoli e tanti altri. Come ricorda il Nuovo dizionario universale storico statistico commerciale:
“Questo paese, freddo per la sua situazione, lo diventava ancora maggiormente pe’ i folti boschi da cui era coperto, ed offeriva quindi un clima insopportabile ai greci e ai romani, in modo che in questo paese, il quale sembrava di dolce temperatura ai russi, e in cui trovansi le province di questo impero più abbondanti di frutta e di vigne, era per i greci e i latini una regione iperborea, in cui regnava una notte eterna”.
Però dal fiume arrivavano i frutti di questa vita selvaggia come riporta lo storico Strabone:

Lungo il Tanai e la Palude Meotide v’ebbe una città che si chiamò Tanai anch’essa, fondata da quegli Elleni che abitarono il Bosforo; ma recentemente poi la distrusse come ribelle il re Polemone. Fu quella città un emporio comune ai nomadi dell’Asia e dell’Europa, ed a quelli che dal Bosforo entravano navigando nella Palude Meotide: e gli uni vi portavano schiavi e pelli e quant’altro è proprio delle nazioni selvagge; gli altri vi ricevevano in cambio vesti e vino e ciò che produce il vivere civile»

Il Polemone citato è un nobile pontico amico di Roma, ma odiato marito di cui parleremo nel prossimo capitolo. Come potete già capire però, non si è lasciato molti amici alle spalle. Tana poi era una città ellenica, quindi avversaria naturale degli anatolici come lui, è lecito dunque supporre un certo gusto nel distruggerla pur se con il compito principale di compiacere i romani e maritarsi con la nobildonna protagonista delle prossime pagine. I greci, in particolare gli ateniesi, si erano premurati di mantenere ottimi rapporti commerciali con l’avamposto che presto si sviluppò e vide nascere altre colonie poco più a sud: non arrivavano solo pelli e merci, ma anche carichi di grano dalle popolazioni indigene. Qualcuna infatti si dedicava con successo anche alla coltivazione, tradizione protrattasi per secoli e che ha definito quelle zone dell’Asia come uno dei granai del mondo. Ancora oggi insieme a Francia, Egitto e Stati Uniti resta uno delle regioni agricole più produttive della Terra. I greci prudentemente fondarono diverse colonie commerciali nella zona, mantenendosi però sulla parte più meridionale del Mar Meotide, quella specie di piccolo Mar Nero chiuso dalla Crimea in cui sfocia il fiume Don. Poi furono schiacciati da un nuovo regno che traghettò questa zona verso gli anni bui che la storiografia moderna ha chiamato Medioevo e che saranno dominati da popoli crudelissimi come i Mongoli, Tartari e gli Unni. (…)

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